martedì 16 settembre 2014

La coalizione internazionale anti-ISIS, ovvero i nuovi “Amici della Siria”


 

Ali Reza Jalali

 

In questi giorni la comunità internazionale ha intrapreso uno sforzo per creare una grande coalizione con l’obiettivo di combattere la minaccia globale più importante del momento, ovvero quel gruppo estremista denominato Stato Islamico dell’Iraq e della Siria. Il movimento islamista ormai controlla da tempo alcune aree dei due paesi arabi, ma il suo massimalismo rappresenta un pericolo per tutto il Medio Oriente – vi è la possibilità concreta che l’emirato virtuale guidato dal califfo Al Baghdadi possa espandersi – ma anche per l’Europa, visto che una parte dei miliziani che combattono laggiù risiedono stabilmente in occidente.
 
Ovviamente si pone una domanda: come è stato possibile che migliaia di estremisti islamici siano partiti per la guerra santa dai paesi dell’UE, senza che nessuno abbia mosso un dito tra le autorità, in un contesto dove ogni piccolo particolare, spesso insignificante a livello della pubblica sicurezza – saluti romani, cori negli stadi o slogan scanditi in piccole manifestazioni – vengono represse con una rapidità spesso sconvolgente? Ma tralasciando questo fatto, rimane un punto fondamentale e innegabile; lo Stato Islamico a cavallo tra Siria e Iraq è una vera minaccia globale, una minaccia sorta però in un contesto specifico, ovvero alcune guerre provocate da fattori esogeni e endogeni, come possono essere le guerre del 2003 contro l’Iraq da parte degli USA e dell’occidente, guerra che ha portato l’Iraq nel caos settario, favorendo implicitamente il radicalismo religioso – l’ISIS ne è proprio una dimostrazione – per non parlare del conflitto interno siriano, dovuto spesso a squilibri dovuti all’odio esistente tra alcune componenti di quella società, ma di certo aggravato dall’intromissione di attori stranieri volenterosi di rovesciare il governo di Damasco.
 
Questa sommariamente la genesi e il retroterra da cui deriva l’ISIS, formazione radicale composta da miliziani arabi, ma anche europei, turchi e altro ancora, che ha dichiarato guerra al mondo intero. Ci sono anatemi contro tutti: i nemici sono gli sciiti, i sunniti moderati, gli occidentali, i russi, i cristiani d’oriente e chi più ne ha più ne metta. Si pone quindi il problema di come sconfiggere questo gruppo, finanziato spesso da emiri e sceicchi residenti nei paesi arabi, come quelli del Golfo Persico, senza dimenticare nemmeno l’appoggio della Turchia, paese NATO, a questo gruppo molto attivo contro Assad e l’esercito siriano. A oggi, chi ha combattuto contro questa formazione in Siria, sul terreno, sono stati il governo siriano, le milizie popolari filogovernative, gli Hezbollah libanesi e alcuni gruppi dell’opposizione siriana come certe milizie curde o anche, in certi frangenti, milizie legate ai Fratelli Musulmani o ad Al Qaida, in scontri legati al predominio in alcune zone fuori dal controllo governativo.
 
Questi ultimi scontri però, tra vari oppositori di Assad, alla fine hanno visto la vittoria dei miliziani di Al Baghdadi, che hanno addirittura ridimensionato il ruolo di Al Qaida in Siria. Infatti c’è stato un massiccio passaggio di qaidisti nelle file dell’ISIS. L’ISIS in pratica è la versione aggiornata e migliorata di Al Qaida. Evidentemente l’ISIS non avrebbe mai potuto acquisire questa potenza senza il sostengo economico e militare dei paesi mediorientali interessati alla caduta del governo siriano e di quello iracheno di Maliki, principalmente i paesi arabi del Golfo Persico e la Turchia. Oggi però, almeno apparentemente, la comunità internazionale sembra voglia combattere il fenomeno costituendo una coalizione di vari paesi, tra i quali molti occidentali e alcuni mediorientali.
 
Il punto preoccupante è però che nella lista della coalizione stilata recentemente troviamo nomi come quello dell’Arabia saudita e dei paesi satelliti, ovvero i principali sponsor dell’ISIS, mentre non fanno parte del gruppo i paesi che fino a oggi effettivamente hanno contribuito a lottare contro gli estremisti islamici in Siria e Iraq, ovvero la Siria stessa e l’Iran, da sempre sostenitore di Assad e di Hezbollah nella guerra che ormai da diversi anni si combatte laggiù. In realtà gli occidentali hanno cercato contatti con Damasco e Tehran, ma l’asse della resistenza, così si chiama l’alleanza militare tra i due paesi, alleanza che include anche Hezbollah, preferisce continuare la lotta all’ISIS e ai gruppi jihadisti dell’area per conto proprio, non fidandosi degli USA e soprattutto dell’Arabia saudita e degli altri stati arabi aderenti alla coalizione. Se i sauditi sono sinceri, dovrebbero immediatamente smettere si finanziare i terroristi.
 
La Turchia, non a caso, forse più coerentemente col suo progetto neo-ottomano di egemonia su Iraq e Siria, ha deciso di non aderire alla coalizione, avendo probabilmente il timore di essere coinvolta in una guerra che invece di combattere contro l’ISIS, come si dice formalmente, possa portare più in là nel tempo a un progetto di estromissione di Assad dal potere, cosa auspicato da Ankara, ma senza portare la Siria nell’orbita erdoganiana, bensì in quella saudita; insomma, una riedizione della situazione egiziana, dove i sauditi, sostenendo il golpe del generale El Sisi, hanno di fatto eliminato l’influenza neo-ottomana dal Cairo. Erdogan ha imparato bene che dei sauditi non si può fidare.
 
La coalizione anti-ISIS al momento non è dissimile dalla coalizione anti-Assad, i famigerati “Amici della Siria”, solo che a differenza di quella situazione il nemico non è più presentato come Assad, ma i gruppi jihadisti. Inoltre allora vi era un problema tecnico - non che a qualcuno interessi qualcosa ovviamente, è solo una questione estetica; non c’era l’avvallo dell’ONU, mentre oggi c’è una Risoluzione del CSNU che di fatto apre la strada, anche sotto il profilo del diritto internazionale, a un’azione militare nei luoghi in cui si trova l’ISIS (quindi non solo in Iraq, ma anche in Siria). Infatti per rimanere nell’alveo del diritto internazionale, non vi è la necessità di un avvallo della Siria per i raid contro i jihadisti, visto che la Risoluzione dell’ONU ha forza attuativa così come è. Insomma, dove il diritto internazionale non permetteva un intervento in Siria contro Assad, oggi lo permette contro l’ISIS. Se poi si nota che chi finanzierà la presunta azione contro l’ISIS (paesi arabi), sono gli stessi che caldeggiavano l’intervento contro Assad, allora i conti tornano. Altro che guerra all’ISIS. Magari ci fosse una vera lotta contro l’estremismo, quella lotta condotta sul campo dal governo siriano lungo questi terribili anni di “primavera araba” che dovevano portare pace e democrazia nella regione.
 
Questa è solo una riedizione degli “Amici della Siria”, meno partecipata, vista la defezione di alcuni importanti ex membri, come Turchia e Egitto. Oggi come allora l’obiettivo è entrare in Siria, non solo per mezzo dei gruppi anti-Assad, moderati o estremisti che siano a Damasco poco importa, ma con una coalizione internazionale, in pratica il famoso intervento sul modello libico di cui si è parlato tanto in questi anni, con l’obiettivo di eliminare sia le frange meno malleabili degli oppositori, sia il governo centrale, riproponendo il vecchio progetto che avevamo denunziato sin dall’inizio nel 2011-2012, cioè quello di rompere l’asse Damasco-Tehran. Sarà un caso che questi due paesi, in prima linea contro l’ISIS, non partecipano alla coalizione degli “Amici della Siria” versione estate 2014? Gli USA e l’Arabia saudita, grazie a un sostengo implicito o esplicito che fosse, all’avanzata jihadista in Iraq, coinvolgendo direttamente Baghdad nella diatriba, hanno complicato notevolmente la situazione sul campo all’asse della resistenza e ora si propongono di fermare il jihadismo. In pratica, con questa scusa, si vuole porre le basi per eliminare gli unici che il jihadismo lo hanno combattuto veramente, Assad e alleati.  

venerdì 5 settembre 2014

Difendere l’Occidente? Io ci sto. Nota a un articolo di Ezio Mauro

 
 
 
Ali Reza Jalali
 
Recentemente sul quotidiano socialdemocratico “La Repubblica” Ezio Mauro ha scritto un interessante articolo sull’Occidente, i sui nemici e il sistema valoriale da difendere dal titolo “L'Occidente da difendere”. Scrive Mauro: “La terza Nato nasce in Galles dopo la prima, figlia della Guerra Fredda e la seconda dell'età di mezzo, quando con la caduta del Muro sembrò aprirsi un secolo lungo senza più nemici per le democrazie che avevano infine riconquistato il Novecento. La guerra di Crimea riporta nel cuore d'Europa, dove sono nate le due guerre mondiali, truppe, missili, carri armati, morti, feriti, aerei abbattuti.” Mauro si riferisce al meeting in Galles dove la NATO ufficialmente dice quello che noi, attraverso la rivista “Eurasia” diciamo da un bel po’: la guerra fredda non è mai finita. Quel conflitto poteva essere terminato per chi, ubriacato di ideologismo infantile, aveva letto la sfida tra la NATO e l’URSS come la battaglia delle ideologie, tra democrazia occidentale e marxismo. In realtà, come ha confermato anche Lucio Caracciolo di “Limes”, le radici del conflitto erano e sono geopolitiche e non ideologiche: l’America e il suo braccio armato vogliono evitare che in Eurasia possa sorgere una potenza o una coalizione di paesi che possa mettere in discussione il primato occidentale e anglosassone. Il fatto che questa potenza sia comunista, democratica, islamica, induista o vegana, è un fatto del tutto secondario. Oltre al discorso geopolitico però, Mauro si concentra sul piano valoriale, sulla difesa dell’Occidente non tanto come luogo geografico, ma come sistema di idee, individuando alcuni concetti salienti: stato di diritto, democrazia, diritti umani. Ora, in questa sede a me non interessa entrare nello specifico né del discorso geopolitico, né di quello valorale. Dico solo questo: vogliamo difendere l’Occidente, ovvero, come emerge anche dall’articolo di Mauro, garantire l’incolumità degli occidentali, degli europei in particolare, delle loro conquiste, anche in termini di libertà – solo un pazzo o un fanatico potrebbe pensare che fuori dal tanto vituperato Occidente possano essere garantiti alcuni diritti fondamentali, pensiamo solo alla libertà religiosa nel mondo islamico – da eventuali nemici? Bene, in guerra, perché dall’articolo pubblicato da “La Repubblica” i toni sono quelli di una battaglia finale, tra due visioni del mondo, noi contro loro (Russia e Islam), bisogna prima di tutto vincere e per farlo bisogna scegliere bene gli alleati. Da soli non si vincono le guerre: l’Occidente per sconfiggere la Germania si è alleata con la tanto odiata Russia. Nella guerra attuale in difesa dell’Occidente, Mauro dice che non siamo stati noi a muovere la guerra, ma sono i nostri nemici ad aver deciso che l’Occidente è il nemico. Qui c’è il grave fraintendimento: la situazione attuale ucraina, è il frutto, come ha nuovamente ammesso Caracciolo, di un golpe filo-occidentale: il resto è una reazione russa. Reazione appunto. Per ciò che concerne l’Islam e in particolare il cosiddetto Stato islamico, esso è nato all’interno del conflitto siriano, dove, tanto per cambiare, il fronte antiassadista sostenuto dall’Occidente – di cui faceva parte anche lo Stato islamico, oltre ad Al Qaida (Fronte Al Nusra) e ai Fratelli Musulmani (Esercito Libero), ancora oggi, invece di aiutare Assad nella lotta contro il terrorismo islamico, lo si demonizza. Ma si ricordi la NATO, come scrive bene Alberto Negri su “Il Sole 24 Ore”, è forse meglio confinare, in Turchia, con Assad o con i terroristi islamici? Insomma, mi sembra che Mauro non colga il punto: è stato un Occidente imprudente a mettere in pericolo il suo stesso sistema geopolitico e valoriale, mettendosi contro, dall’Ucraina al Medio Oriente, i suoi potenziali alleati, la Russia di Putin e il regime laico di Assad, per favorire proprio i suoi veri nemici, i terroristi islamici e il nazionalismo spicciolo, ormai esasperato in Ucraina. Questi sono i nemici dell’Occidente, dell’Europa, fondata sulla libertà e i diritti umani. Nemici che orami abbiamo in casa, nelle nostre strade, con la loro arroganza e il loro menefreghismo nei confronti dei valori europei. Tanto si è battuti in ritirata su questi temi in casa nostra, che orami ci sono anche qui, nell’Europa settentrionale, i partiti pro-sharia. Ha perfettamente ragione Negri, l’Europa invece di mettersi contro chi ha dimostrato di lottare sul campo contro il fanatismo religioso e l’estremismo nazionalista, sia ragionevole e non si irrigidisca: la Russia e la Siria, e chiunque lotti contro l’estremismo islamista, contro l’ISIS e derivati, dall’Iran ai conservatori di casa nostra, si è tutti sullo stesso fronte per difendere l’Occidente. Sembra un paradosso? Forse, ma l’importante è vincere la guerra. Churchill disse: “Sono anticomunista, ma per sconfiggere Hitler sono disposto a allearmi con l’URSS.” I fatti gli hanno dato ragione. Inoltre è inutile impazzire a cercare una cosa che non esiste: il fantomatico Islam moderato. L’Islam è una religione monoteista, in quanto tale fatta di dogmi e, esattamente come le fonti dell’ebraismo, impregnata di un forte pensiero violento. Esiste però un Islam pragmatico, col quale, come auspica Negri, in nome di una lotta contro un nemico comune, si può e si deve dialogare. Fino a oggi l’interlocutore islamico principale dell’Occidente è stato il regime saudita. I risultati? ISIS, 11 settembre (Lucio Caracciolo di “Limes” ha pochi mesi fa bollato gli attentati negli USA come azioni saudite mascherate da estremismo islamico) e chi più ne ha più ne metta. E’ ora di cambiare, siamo ancora in tempo a difendere l’Occidente dalle orde islamiche.   

giovedì 28 agosto 2014

La guerra dei cent’anni in Eurasia


 
 

Ali Reza Jalali

 

A oggi i principali terreni di attrito della politica internazionale sono due: l’Europa orientale e l’Asia sud-occidentale (Medio Oriente). Non penso che sia casuale la collocazione geografica di queste gravi crisi internazionali, fenomeni tragici, caratterizzate da aspre guerre, proprio ai limiti dello spazio eurasiatico strictu sensu. Una volta c’era la Russia zarista, un’entità geografica e statale che a grandi linee presentava una certa omogeneità rispetto all’esperienza sovietica immediatamente successiva – non certamente a livello ideologico, bensì a livello geografico – un impero eurasiatico che comprendeva ampie zone dell’Europa orientale e dell’Asia centrale. Oggi quell’impero non c’è più ovviamente, ma le guerre, esattamente come succedeva prima, si combattono ai margini di questo territorio.

 

Dall’Ucraina all’Iraq, passando per la Siria, è come se il fronte fosse lo stesso, o per meglio dire, due fronti della stessa grande guerra, ai confini occidentali e meridionali dell’Eurasia, della Russia zarista, dell’Unione Sovietica, della CSI o come la vogliamo chiamare, in quanto, se a livello ideologico e metapolitico vi sono chiare differenza tra lo Zar, Basileus della Grande Russia, detentore del potere temporale legittimato dall’autorità spirituale del Patriarca, vicario di Cristo in terra, e il Presidente del Soviet supremo, chiamato a governare in nome del proletariato delle Repubbliche socialiste, lo stesso non si può dire a livello della geografia politica. Uno, lo Zar, ha governato in nome della Tradizione, l’altro, il capo dei bolscevichi, ha governato in nome della variante giacobina, socialista e marxista della modernità illuminista.

 

Il “grande spazio” di schmittiana memoria occupato dalle entità politiche e giuspubblicistiche della Russia zarista e sovietica è però identico, o quasi. La prima e la seconda guerra mondiale si è combattuta ai confini di questa realtà; la terza, la guerra fredda, idem. Con la dissoluzione del blocco socialista europeo, una sorta di area cuscinetto tra l’Occidente politico (democratico – liberale o sociale che fosse), economico (capitalista – liberista anglosassone o renano che fosse), sociale (sessantottino o conservatore che fosse) e militare (NATO) e l’impero russo-eurasiatico-marxista, le forze borghesi hanno ampliato il loro raggio di influenza, penetrando addirittura nel cuore degli ex possedimenti sovietici (i paesi baltici). Era la fine di un impero eurasiatico che sotto varie forme per alcuni secoli aveva dominato quell’enorme spazio geografico tra Europa e Asia.

 

Alcuni pensavano a una sorta di pax americana, atlantica, borghese, democratica. Se qualcuno, con queste premesse, a dire il vero molto diffuse dopo il crollo dell’URSS, fosse andato in letargo, e si fosse svegliato nell’estate 2014, sarebbe rimasto sconvolto. Altro che pace americana e impero pacifista dei mille anni. Il mondo è in fiamme e proprio quelle zone che sono sempre state il ventre molle della Russia, l’est europeo e il Medio Oriente, la line del fronte, sia per lo Zar che per i bolscevichi, sono nuovamente il teatro di aspri scontri. Lo Zar Vladimir – erede della tradizione ortodossa zarista e dell’apparato industriale e bellico sovietico - ha a che fare ancora con gli stessi problemi dei suoi antenati illustri. Quella in corso non è altro che una guerra di dimensioni importanti, la quarta guerra mondiale, per estendere il dominio atlantico e anglosassone su tutta l’Eurasia, sta volta latu sensu, su tutte le terre emerse da Lisbona a Shanghai.

 

Tale conflitto del mondo anglosassone atlantico contro o per la conquista dell’Eurasia è cominciato con la prima e seconda guerra mondiale, e per ovvi motivi geografici, ha avuto come vittima eccellente il vecchio continente con la sua potenza centrale, il mondo germanico, rappresentato dagli imperi tradizionali tedesco e austriaco prima e dalla Germania nazista poi, progetto al quale, per una sorta di convergenza geopolitica, in parte anche ideologica e metapolitica, con le forze talassocratiche anglosassoni ha partecipato pure la Russia. Nella terza guerra mondiale l’atlantismo ha avuto come nemico ideologico il comunismo con il suo principale rappresentante geopolitico, l’URSS.

 

Nell’attuale conflitto invece la guerra è rivolta ideologicamente e retoricamente all’Islam – come dice Huntington, non l’Islam radicale, ma l’Islam in quanto tale – ma a livello geopolitico il punto rimane lo stesso: come in un evidente moto da ovest a est, le forze atlantiche dopo la conquista dell’Europa, si spostano sempre più a oriente e hanno raggiunto i confini sensibili dei possedimenti dello Zar Vladimir: gli stati cuscinetto – la linea del fronte purtroppo per i russi è indietreggiata, la cortina di ferro non è più a Trieste ma ormai a Kiev - dell’Europa orientale e del Medio Oriente. Ormai siamo giunti alla fase finale della super guerra mondiale, suddivisa in quattro fasi, iniziata nei primi del Novecento: la guerra dei cent’anni per la conquista dell’Eurasia, promossa da quel pezzo di Europa anglosassone trapianta in Nord America.

 

Proprio cento anni fa, sempre nell’Europa orientale, si trovò il pretesto per l’inizio di un conflitto intereuropeo scellerato che diede l’opportunità alla principale potenza d’oltreoceano di iniziare la sua campagna militare nel vecchio continente. Ora siamo al dunque: o la principale potenza geopolitica eurasiatica, guidata dallo Zar Vladimir, soccombe, degradando, come auspicava Brzezinski, a potenza asiatica (perdendo l’Ucraina) e in quanto tale, come gli stati levantini, viene coinvolta in infinte diatribe interne e guerre civili, oppure reagendo, evita che la linea del fronte possa ulteriormente indietreggiare, nel Caucaso e nell’Asia centrale. Le trattative dell’UE con l’Ucraina e la Georgia in questo senso sono abbastanza preoccupanti per Mosca.

 

Non a caso l’espansione della NATO verso est è sempre stata accompagnata dall’allargamento dell’UE. Le due entità, a grandi linee, sembrano combaciare. Le contromosse russe comunque sono arrivate: da un lato l’annessione di fatto della Crimea ha ancorato Mosca al Mar Nero, principale bacino interno dell’Europa orientale, d’altro canto il sostengo diplomatico e di intelligence alla Siria ha rafforzato il ruolo di Zar Vladimir nell’area. Ma il precipitare della situazione in Iraq, l’avanzata degli estremisti islamici dell’ISIS, la risoluzione del CSNU di condanna del gruppo e i raid aerei americani contro i militanti di un gruppo aderente a quell’ideologia contro la quale l’Occidente starebbe combattendo la quarta guerra mondiale, almeno per quello che ci hanno detto gli intellettuali di area neocon del partito repubblicano americano, e con loro tutti i neocon di casa nostra, non stanno facendo altro che potenziare l’ipotesi di un intervento americano anche in Siria.

 

Ironia della sorte non contro il “dittatore” (guarda caso vicino alla Russia) Assad, ma contro i temibili jihadisti che combattono il governo damasceno, jihadisti sostenuti proprio dalla NATO (tramite la Turchia) e dalle monarchie arabe (alleate degli USA). Secondo alcuni l’intervento dovrebbe indebolire le formazioni ormai rivelatesi troppo radicali e aiutare i ribelli moderati a riprendere terreno, in una situazione molto caotica. Un caos questo, tutto sommato normale per quell’area del mondo, dove le alleanze durano il tempo di prendere un tè o di fumare un narghilè. Quel caos che le forze atlantiche vorrebbero vedere anche in Russia, un impero che da eurasiatico dovrebbe diventare solo ed esclusivamente asiatico e battere in ritirata. Ieri si è iniziati con Berlino, oggi si vuole arrivare a Mosca. Nel mezzo ci sono il Donbass e la Siria.             

lunedì 11 agosto 2014

Iraq, quo vadis?


 
Ali Reza Jalali

I territori in mano ai jihadisti tra Siria e Iraq

 

L’attacco americano contro le postazioni dello Stato Islamico e l’evoluzione delle vicende istituzionali irachene inducono ad alcune brevi considerazioni.

Partiamo dal primo punto. Sembra necessaria ormai da parte americana una parziale correzione dell’approccio degli ultimi anni in Medio Oriente, ovvero quello di una alleanza esplicita con l’Islam politico sunnita moderato e conservatore (Erdogan e Fratelli Musulmani) e di sostegno ai gruppi islamici più radicali in scenari come la Libia e la Siria; tale politica al momento è da considerarsi una parentesi chiusa, anche perché i Fratelli Musulmani e Erdogan hanno fallito la loro missione, incentrata sulla defenestrazione delle forze dominanti nel “vecchio” Medio Oriente, in cui i vari Assad e alleati potevano avere un ruolo importante. Lo stesso dicasi per gli islamici radicali, che ormai sono in fase di ridimensionamento in Siria, con non poche faide reciproche. L’Iraq era l’ultima speranza per l’Islam radicale sunnita, ma il Califfato di Al Baghdadi non è riuscito a marciare sulla capitale mesopotamica, cambiando rotta verso il Kurdistan. L’intervento americano quindi mira da un lato a salvaguardare l’autonomia curda dall’avanzata jihadista, d’altro canto è un’azione per cercare di ridimensionare l’impatto del fondamentalismo sunnita, ormai fuori controllo, considerando che molti jihadisti presto potrebbero far rientro nei paesi d’origine, nazioni spesso con regimi alleati degli USA in Medio Oriente (la maggior parte dei jihadisti sono originari del Nord Africa, della Giordania e dei paesi della penisola araba, oltre ovviamente a Siria e Iraq). In un colpo solo gli USA difendono l’autonomia curda, importante base operativa occidentale nell’area, uccidono un numero cospicuo di jihadisti che potrebbero andare in giro per il Medio Oriente a fare danni dove non richiesto da Washington (pensate solo all’ipotesi di un possibile jihad in Arabia Saudita o in Giordania) e si ripresentano prepotentemente nello scacchiere iracheno, dopo che la loro passività aveva fatto guadagnare spazio nel paese mesopotamico ai russi e agli iraniani, tramite forniture militari di vario genere.
 
Maliki, ormai ex premier?
 

Per quello che riguarda il secondo punto invece la situazione al momento è la seguente: la coalizione guidata dal partito Ad-Dawa (Stato di Diritto) ha la maggioranza relativa dei seggi in parlamento, ma ormai nessuna forza politica, nemmeno gli altri gruppi sciiti, sono disposti a confermare il leader del partito maggioritario, Nuri Maliki, alla presidenza del consiglio dei ministri. D’altronde in base alla forma di governo irachena il capo dello stato deve incaricare della formazione del governo il leader della coalizione di maggioranza, in questo caso Maliki. Il presidente della Repubblica, il neoeletto Fuad Masum, curdo, ha però incaricato un altro esponente del partito di Maliki, Haider Abadi, di iniziare le consultazioni per formare un governo. Abadi è sostenuto esplicitamente da una parte minoritaria del partito di Maliki e da tutte le altre fazioni sciite, tra cui quelle di Ammar Hakim, Ibrahim Jafari e Muqtada Sadr. Insomma, al momento Maliki è isolato non più solo tra i curdi e i sunniti, ma anche tra gli sciiti stessi. Il problema è che la corte suprema irachena ha notato come l’operato del capo dello stato di non nominare Maliki per indire le consultazioni finalizzate alla formazione di un esecutivo, è un atto che viola la costituzione del paese arabo. Bisogna ora attendere per capire se effettivamente Abadi avrà i numeri per formare il governo. Egli ha incassato molti consensi, oltre che quello di una parte importante delle fazioni sciite, anche quello, evidentemente, del presidente iracheno, rappresentante dei curdi, soprattutto quelli dell’unione patriottica di Jalal Talabani. Una ritrovata sintonia tra molte fazioni sciite e una parte dei curdi potrebbe essere sufficiente alla formazione di un nuovo governo, anche se ci sono ancora molte incognite: bisogna vedere fino a che punto i mailikiani, che al momento non sono pochi, vorranno fare ostruzionismo e cosa intenderanno fare i gruppi sunniti: partecipare al governo o rischiare, rifiutando, ancora anni di isolamento istituzionale, che fino a oggi non gli ha portato un gran che?
 
E' finita la luna di miele tra l'amministrazione Obama e gli islamisti?
 

All’estero poi le reazioni sono abbastanza positive riguardo la figura di Abadi, sia Washington che l’UE si sono espressi a favore del candidato sciita. In Iran i media più vicini alla Guida Khamenei non hanno accolto negativamente l’investitura di Abadi, anche perché egli è pur sempre espressione di un partito, Ad-Dawa, storicamente legato a Tehran e al clero sciita; inoltre l’appoggio di Sadr, Hakim e Jafari all’eventuale neo primo ministro indicano uno stretto legame con gli ayatollah iraniani. Per non parlare poi del presidente neoeletto, Masum, membro di quel partito dell’unione patriottica curda, anch’esso storicamente legato a Tehran, attraverso il quale proprio recentemente, secondo molti media internazionali, sarebbero entrati nel Kurdistan iracheno a dar man forte ai guerriglieri curdi in funzione anti-ISIL, alcune unità scelte delle forze armate iraniane. Non a caso recentemente è arrivata anche una lettera pubblica dei leader curdi iracheni, per ringraziare il governo di Tehran per l’appoggio. Interessante anche notare come nel giro di poche settimane lo scenario in Iraq sia mutato. Inizialmente è emerso che i curdi non hanno ostacolato l’avanzata dell’ISIL, pensando di usare la situazione per mettere pressione al governo centrale iracheno, ottenendo così nuovi vantaggi e più autonomia da Baghdad; ma la foga dei miliziani islamisti ora si è riversata sui curdi stessi, una volta fallita l’operazione di conquista della capitale irachena da parte dei jihadisti.
 
Tra tante domande, una certezza: le gigantografie del leader iraniano Khamenei a Baghdad
 
 

Ci sarebbero anche molte altre considerazioni da fare, ad esempio come i ribelli curdi anti-iraniani con basi nel Kurdistan iracheno siano stati intelligentemente tenuti fuori dai combattimenti contro l’ISIL, su esplicita richiesta dei curdi iracheni, per non indispettire gli iraniani presenti nel Kurdistan iracheno. Immaginatevi la scena: un pasdaran iraniano e un separatista curdo iraniano fianco a fianco nel nord dell’Iraq contro gli integralisti sunniti. Questo è il Medio Oriente signori, la terra del caos.