venerdì 18 luglio 2014

Le operazioni terrestri israeliane contro Gaza nell’era del neo-califfato


 

Ali Reza Jalali

Sono iniziate la notte del 17 luglio le operazioni militari dell’IDF (Forze di Difesa di Israele) sul territorio della Striscia di Gaza, dopo circa una settimana di bombardamenti aerei che avevano provocato circa 200 vittime tra i gazawi. L’inizio del conflitto è stato giustificato da Israele dopo l’assassinio di tre israeliani rapiti da ignoti: Tel Aviv ha puntato il dito contro Hamas, anche se quest’ultimo ha sempre negato il coinvolgimento. Recentemente poi, sembra che un gruppo salafita abbia rivendicato l’accaduto.

Alcuni sostengono che il gruppo dei rapitori sia legato in qualche modo allo Stato Islamico, entità che sta mettendo a soqquadro il Medio Oriente, proclamando il califfato dalla Siria orientale all’Iraq occidentale.
 
 

A prescindere dal vero motivo che ha portato Israele a un attacco importante, il più significativo dalle operazioni concluse nel gennaio del 2009 proprio ai danni di Gaza, cercherò di seguito di vedere sommariamente quali possono essere i risvolti dell’attuale conflitto, sia su scala locale, che su scala regionale.

Innanzi tutto cosa vuole fare Israele? Inizialmente Tel Aviv aveva proclamato che l’obiettivo è sconfiggere “i terroristi di Hamas”. Il premier israeliano addirittura aveva affermato che “Israele si toglierà i guanti”, per fare completa pulizia a Gaza; all’inizio delle operazioni di terra però, Israele entra nello specifico dicendo che l’obiettivo reale è quello di distruggere i tunnel, attraverso i quali passano sia i rifornimenti alimentari per la Striscia, ormai soffocata da diversi anni, grazie anche alla collaborazione attiva egiziana con Israele, collaborazione di fatto mai venuta meno da Mubarak a El Sisi, passando per Morsi, sia qualche rifornimento militare.

Proprio ciò sarebbe l’obiettivo di Tel Aviv: evitare che arrivino armi ai miliziani palestinesi, evidentemente non solo a Hamas, ma anche al Jihad Islamico e al Fronte Popolare o agli altri gruppi minori.

La distruzione dei tunnel tramite una operazione di terra però comporta il fatto che Israele deve raggiungere i confini meridionali della Striscia, al limite con l’Egitto, in quanto, se la distruzione dei tunnel voleva essere fatta attraverso raid aerei come in passato, non c’era bisogno dell’operazione terrestre, coi rischi connessi per le truppe dello Stato ebraico, facili prede per i cecchini palestinesi nei meandri della Striscia, uno dei luoghi più densamente abitati del mondo, dove 1,5 milioni di persone sono ammassate in un territorio lungo circa 40 km per una larghezza che non arriva mai a 10 km. In pratica, facendo un paragone, la Striscia di Gaza è più piccola della provincia di Brescia (una zona comunque densamente abitata), ma ha più abitanti.

Spingersi fino a sud con corazzati e carri armati, per distruggere i tunnel, vuol dire inoltre che le operazioni nel territorio di Gaza dovranno per forza di cose prolungarsi: non un’azione lampo quindi. Subito dopo l’inizio delle operazioni di terra sono arrivati i primi feriti e un morto tra le fila dell’IDF. Cosa che, sino all’attacco aereo, non era ancora successo, almeno secondo le fonti israeliane. Bisogna poi considerare che nella prima settimana di guerra, i razzi palestinesi hanno colpito diverse volte Israele, anche le zone settentrionali del paese. Addirittura un drone del braccio armato di Hamas ha sorvolato le città israeliane, nei pressi di Tel Aviv. Il costosissimo scudo “Iron Dome”, sempre secondo fonti israeliane, ha intercettato solo una parte dei razzi palestinesi, dimostrandosi inefficacie per il tipo di missili che deve neutralizzare.

Le forniture militari palestinesi - pur nella loro pochezza nei confronti dell’esercito israeliano - di origine iraniana e siriana, hanno in ogni caso provocato scompiglio tra gli abitanti dello Stato ebraico, creando problemi alla popolazione civile. Ovviamente il paragone con la situazione di Gaza non regge, ma in ogni caso ciò è bastato per costringere le autorità israeliane ha dover dare spiegazioni ai propri cittadini, costringendo alle dimissioni un sottosegretario del gabinetto di Tel Aviv.
 
 

Sul campo di battaglia vi è un netto divario tra Israele e i palestinesi, ma se l’offensiva terrestre continuerà, la possibilità che possa aumentare il numero di morti israeliani è realistica. La società civile israeliana non è abituata ad dover sostenere troppe vittime; questo sicuramente è da prendere in considerazione e complica i piani militari israeliani. Un conto è un’azione lampo, ma se il vero obiettivo è distruggere i tunnel di Gaza, le manovre dovrebbero durare non meno di alcune settimane, andando oltre i 22 giorni del conflitto che infiammò Gaza dal dicembre 2008.

Il conflitto di Gaza ha poi un diretto impatto politico sulle trattative palestinesi per la riconciliazione, dopo tanti anni, tra Hamas e Fatah. La prima vittima del conflitto infatti è il governo di unità nazionale palestinese, una questione che poteva alleggerire la situazione drammatica di Gaza, sotto assedio da parte di Israele e parzialmente anche da parte dell’Egitto.

Ho detto che alcuni analisti hanno ricondotto il rapimento e l’assassinio di tre israeliani con un gruppo vicino allo Stato Islamico del califfo Al Baghdadi, leader di questa entità virtuale che ha preso il sopravvento recentemente nella regione, ormai sempre più preda del radicalismo islamico. Proprio mentre il conflitto a Gaza era appena iniziato però ci sono stati degli scambi di accuse pesanti tra SI e Hamas. I primi hanno accusato il movimento palestinese di essere alleato degli “eretici” sciiti iraniani (Hamas ha proprio recentemente ringraziato l’Iran per il sostegno ricevuto, come anche il Jihad Islamico), mentre Hamas ha vietato ai propri miliziani di esporre i vessilli della fazione di Al Baghdadi, bollando le esternazioni dello Stato Islamico come “settarie”. Inoltre, Ahmed Jibril, leader del FPLP-Comando Generale ha rivelato del passaggio di armi siriane verso la Striscia di Gaza. Ciò è stato confermato anche dagli israeliani nelle primissime ore del conflitto. Insomma, nonostante le difficoltà degli ultimi anni per siriani e iraniani - l’asse Damasco-Tehran è sotto attacco dal 2011 in Siria e da qualche tempo anche in Iraq – e nonostante Hamas abbia preso le difese della ribellione anti-Assad, Iran e Siria rimangono ancorate a Gaza e ai gruppi armati della Striscia, smentendo la propaganda settaria di molti media arabi, riguardo allo scontro sciiti-sunniti. I palestinesi, almeno fino a prova contraria, rimangono sunniti, alleati degli sciiti iraniani (senza dimenticare Hezbollah in Libano) e della Siria, laica sì, ma governata da alcuni decenni da una famiglia (Assad) alawita (ramo sciita). Di fatto, a Gaza le armi israeliane combattono contro le armi iraniane e siriane dei miliziani palestinesi.
 

Come ormai siamo abituati da diverso tempo, le potenze del mondo arabo-islamico rimangono molto passive e oltre condanne verbali dell’attacco israeliano, non ci sono iniziative concrete per sostenere i palestinesi. Non entro nemmeno in merito all’atteggiamento della cosiddetta comunità internazionale, completamente indifferente, non certo da oggi, del destino di milioni di palestinesi, colpevoli di essere nati nel posto sbagliato, nel momento sbagliato.

Un’ultima osservazione merita poi l’accavallamento degli eventi mediorientali. Oltre al ruolo precedentemente detto dello Stato Islamico e il suo operato, con le connessioni esplicite col conflitto israelo-palestinese (sia Israele che lo Stato Islamico condannano Hamas), lo spazio geografico occupato al momento dalle milizie di Al Baghdadi (Siria-Iraq) riportano alla mente una frase del fondatore di Israele, Ben Gurion, che aveva teorizzato una sorta di area di influenza regionale per Tel Aviv (la famigerata “Grande Israele”, dal Nilo all’Eufrate), auspicando la destabilizzazione dei paesi arabi più importanti intorno allo Stato ebraico, ovvero Egitto, Siria e Iraq. Senza ombra di dubbio l’avanzata dello Stato Islamico indebolisce l’unità territoriale di Damasco e Baghdad; ciò è assolutamente funzionale al progetto israeliano espresso da Ben Gurion diversi decenni fa. Non ho la matematica certezza che tra Al Baghdadi e Ben Gurion ci sia un filo rosso (in realtà la “talpa” Snowden ha recentemente affermato che alcuni elementi dello Stato Islamico sono stati addestrati anche da Israele), ma come ci insegnano alcuni maestri della politica, a pensar male si fa peccato, ma si azzecca quasi sempre.         

venerdì 4 luglio 2014

“La primavera araba: impatto sui paesi mediterranei tra politica, costituzionalismo e flussi migratori”. Reseconto

Da sinistra: E. Xhanari, A. La Luce e A. Jalali
 
 
 
Venerdì 4 luglio 2014 alle ore 15 si è tenuto nell’aula “Betti” del Chiostro S. Maria delle Vittorie - Lungadige Porta Vittoria 41 – (Università di Verona) l’incontro organizzato dall’Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani (ADI Verona) dal titolo “La primavera araba: impatto sui paesi  mediterranei tra politica, costituzionalismo e flussi migratori”.
 
Dopo i saluti introduttivi del Dott. Andrea La Luce (Segretario ADI Verona) che ha sottolineato l’importanza di questo tipo di eventi volti a valorizzare il ruolo del giovani ricercatori dell’ateneo scaligero, ci sono stati gli interventi programmati del Dott. Ali Reza Jalali - Dottorando di ricerca in Diritto costituzionale – esperto dei paesi islamici (Università di Verona) e del Dott. Elton Xhanari - Dottorando di ricerca in Diritto costituzionale – esperto di multiculturalismo e immigrazione (Università di Verona).
 
 
Jalali si è concentrato sulle prospettive di democratizzazione nel mondo arabo alla luce degli importanti cambiamenti imposti dalla primavera araba, processo iniziato nel 2010 e ancora in corso. In ciò, la vicenda tunisina rappresenta un caso di studio interessante, per via del singolare ruolo dell'Islam nella Costituzione approvata recentemente nel paese nordafricano. Infatti la Carta fondamentale tunisina non prevede che il diritto islamico, al contrario di tanti altri paesi arabi, sia la fonte principale dell’ordinamento dello Stato.
 
 
 
Xhanari invece ha sottolineato come la primavera araba abbia prodotto caos e guerre, spingendo ad un drastico aumento della fuga dai paesi arabi e africani verso l’Europa. L'Italia è stata abbandonata dall'Europa – sempre secondo il giovane studioso - nell'affrontare il tema dell'immigrazione. Il lavoro "sporco" che faceva la Libia ai tempi di Gheddafi, bloccando gli immigrati a monte, oggi tocca all'Italia, che è di fatto diventato uno Stato cuscinetto dell'UE per bloccare gli immigrati che arrivano dal Mediterraneo.
 
 
 

sabato 28 giugno 2014

Nuovo numero di "Eurasia. Rivista di studi geopolitici". La seconda guerra fredda

Nuovo numero di "Eurasia. Rivista di studi geopolitici"
 
 
La seconda guerra fredda
 
La nuova guerra fredda
 
 
 
SOMMARIO
 
 XXXIV 2 - 2014
 
 
Editoriale
 
Claudio Mutti, La seconda guerra fredda
 
Geofilosofia
 
Davide Ragnolini, L’ebraismo nella prospettiva geofilosofica hegeliana
 
Dossario – La seconda guerra fredda
 
Aleksandr Dugin, La Russia e l’Occidente nell’ottica eurasiatista
Andrea Forti, La prima Ucraina indipendente
Giuseppe Cappelluti, Le altre Crimee
Giuseppe Cappelluti, La Crimea vista dalla Mezzaluna
Alessandro Lattanzio, Lo scudo e il controscudo
Enrico Galoppini, Un esempio di “soft power” occidentale: la propaganda omosessuale contro la Russia
Aldo Braccio, Turchia e Russia: nemici per forza?
Maria Amoroso, Russia: capitali in fuga
Maurizio Sgroi, La fredda guerra della Russia
Claudio Mutti, Talassocrazia e sanzioni
Giovanna De Maio, L’eco di Euromaidan in Bielorussia
Ali Reza Jalali, L’Asse della Resistenza nella seconda guerra fredda
 
Continenti
 
Michele Orsini, L’Unione antieuropea
Katalin Egresi, Storia del costituzionalismo ungherese
Ivan Buttignon, Imporre la cultura europea agli Europei
Cristiano Procentese, Crisi economica europea e nuovi movimenti sociali
Silvia Bettiol, Le relazioni USA-Pakistan
 
Recensioni
 
Giulietto Chiesa, Invece della catastrofe
 
N.B. "Eurasia. Rivista di studi geopolitici" è una rivista scientifica riconosciuta come tale dal sito del Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca e gli accademici che scrivono articoli su "Eurasia" li possono caricare sul proprio sito personale (MIUR-CINECA), contribuendo al miglioramento del proprio curriculum scientifico.
 
 
 
Ecco di seguito l’elenco degli articoli presenti in questo numero, con un breve riassunto di ciascuno di essi
 
EDITORIALE
 
Claudio Mutti, La seconda guerra fredda
 
L’EBRAISMO NELLA PROSPETTIVA GEOFILOSOFICA HEGELIANA
di Davide Ragnolini
In uno scambio epistolare con Engels, Marx affermò nel 1853 che l’intera storia dell’Oriente appariva come una storia delle religioni. Il fondamento storico e geografico di tale intuizione si può rinvenire già nelle lezioni hegeliane sulla filosofia della storia e sulla filosofia della religione, dove viene metodologicamente posta la comprensione della successione delle forme religiose da est ad ovest secondo una sorta di idealismo geografico. L’interpretazione di tale successione poggia sull’idea di un rapporto inversamente proporzionale tra libertà, sviluppo della coscienza dell’uomo e grado di dipendenza dalla natura. Seguendo Hegel nella sua filosofia idealistica della storia orientata teleologicamente secondo una progressiva distanza dagli altipiani continentali, proprio ai limiti del continente asiatico, presso la costa mediterranea dell’Asia occidentale, trova localizzazione la religione monoteista ebraica. Nella prospettiva del filosofo con questa nuova religione si consumerebbe la rottura («der Bruch») del rapporto tra Oriente e Occidente, di cui qui si tenta di offrire un’ipotesi di interpretazione geofilosofica.
 
LA RUSSIA E L’OCCIDENTE NELL’OTTICA EURASIATISTA
di Aleksandr Dugin
 
La tesi secondo cui la Russia costituisce una civiltà a parte, uno “Stato-mondo”, rappresenta una premessa su cui potremmo fondare le nostre previsioni sullo sviluppo delle relazioni tra la Russia e l’Occidente. In questo caso, la percezione dell’Occidente (nonché della modernità, in tutte le sue forme), in tutti i sensi della parola, da quello storico fino a quello dei valori e dei significati ideologici, corrisponde ad un male; è una concezione negativa, un’antitesi hegeliana, qualcosa che deve essere respinto, sconfitto, superato, esaurito e, in una prospettiva a lungo termine, annientato. Questo punto di vista era condiviso dagli Zar russi del periodo moscovita (i quali vedevano nell’Europa “un impero di eretici”, “di papisti e luterani”), dagli slavofili (specialmente dai più recenti), dai populisti russi, dagli eurasiatisti e dai comunisti (in conformità con la loro specifica ideologia di classe). Partendo da questa prospettiva, le relazioni tra la Russia e l’Occidente devono essere costruite secondo un criterio diverso. Questa posizione può essere definita come radicalmente antioccidentale. La civiltà russa deve ingaggiare un combattimento finale e decisivo. Un postulato del genere porta alla negazione totale di quella via di sviluppo su cui si è incamminato l’Occidente e coloro che, volenti o nolenti, si sono trovato nella sua area d’influenza.
 
LA PRIMA UCRAINA INDIPENDENTE
di Andrea Forti
 
Le recenti violenze armate in Ucraina fra elementi russofili del Sud Est, che mirano all’autonomia regionale e ad un’eventuale riunificazione con la Russia, e il governo centrale di Kiev, uscito dalla cosiddetta “Rivoluzione dell’Euromajdan” e nel quale è ben rappresentata la componente ideologica nazionalista ucraina antirussa, riportano alla luce problemi irrisolti della costruzione dell’identità nazionale e della statualità ucraina. Per comprendere meglio certe dinamiche della problematica storia di questo paese slavo orientale è utile ripercorrere le vicende, poco conosciute, della prima Repubblica Ucraina indipendente, un’entità statale esistita dal 1917 al 1921, durante i tormentati anni della guerra civile russa fra “rossi” e “bianchi”, e caratterizzata da una cronica instabilità politica interna dovuta anche allo scarso radicamento del sentimento nazionale ucraino.
 
LE ALTRE CRIMEE
di Giuseppe Cappelluti
 
La crisi in Crimea ha riacceso i riflettori sulle minoranze russe dello spazio ex-sovietico. I timori legati alla nascita di fenomeni irredentisti nell’area, in realtà, non sono mai stati del tutto assenti, ma la recente secessione della Crimea, attivamente sostenuta dalle truppe russe, li ha rinfocolati in virtù di di un possibile “effetto domino” che potrebbe riguardare non solo l’Ucraina orientale e meridionale, come noto, ma anche Moldavia, Repubbliche Baltiche e Kazakistan. Tali rischi, tuttavia, sono molto limitati: in Moldavia la Transnistria è di fatto già indipendente, mentre Lettonia, Estonia e Kazakistan, seppure per motivi diversi, sono sostanzialmente al riparo da una possibile diffusione dell’irredentismo russo.
 
LA CRIMEA VISTA DALLA MEZZALUNA
di Giuseppe Cappelluti
 
I Tatari di Crimea sono stati l’unico gruppo etnico rilevante ad aver boicottato il referendum del 16 marzo sull’adesione della Crimea alla Russia. Ciò non dovrebbe stupire: dal rogo di Mosca del 1571 alle deportazioni di epoca staliniana, dopotutto, i conflitti tra la Russia e i Tatari di Crimea sono stati numerosi. Oggi, con la Crimea nuovamente russa, la questione tatara ha suscitato non poco interesse, ma a preoccuparsene realmente sono soprattutto la Turchia e la Repubblica russa del Tatarstan. Entrambi sono mossi dalla speranza di ricostruire dei legami storici, culturali e religiosi con un popolo fratello, ma le loro prospettive sono ben diverse: la Turchia è un membro della NATO, pur avendo forti relazioni economiche con la Russia, mentre il Tatarstan fa parte della Federazione Russa.
 
LO SCUDO E IL CONTROSCUDO
di Alessandro Lattanzio*
 
La nuova Guerra Fredda s’incentra sul confronto militar-strategico imposto dalla creazione e dall’estensione del cosiddetto Scudo Antimissile, che gli USA cercano di costruire in Europa Orientale, Vicino Oriente ed Asia orientale. Sebbene travagliate da scandali interni e riduzione degli stanziamenti, le forze strategiche statunitensi portano avanti il programma di aggiornamento del proprio arsenale nucleare. Mosca, tuttavia, ha i suoi assi da giocare nella nuova corsa agli armamenti strategici del XXI secolo.
 
LA PROPAGANDA OMOSESSUALE CONTRO LA RUSSIA
di Enrico Galoppini
 
Per alimentare una nuova “Guerra Fredda” con la Russia, l’America ed i suoi alleati occidentali fanno ampio ricorso alla “ideologia di genere”, nella quale si situano le rivendicazioni a favore dei “diritti degli omosessuali”: la Russia e la sua dirigenza sono così presentate come “omofobe”. L’autore indaga inoltre le radici ‘filosofiche’ di questo tipo di ideologia, evidenziando come ciò non si limiti alla mera propaganda, ma punti alla trasformazione delle basi stesse della vita degli esseri umani e delle loro comunità.
 
TURCHIA E RUSSIA, NEMICI PER FORZA ?
di Aldo Braccio
 
I teorici della nuova Guerre Fredda contro la Russia prevedono che – come negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale – un ruolo strategico importante sia affidato alla Turchia: ciò avrebbe come conseguenza l’insanabile frattura della continuità euroasiatica e la contrapposizione fra mondo slavo e mondo turco, due realtà che convivono da secoli pur nell’alternanza di fasi di squilibrio e di mutua collaborazione. Il fondamentale partenariato energetico e le molteplici relazioni fra i due Paesi, in decisa crescita negli ultimi dieci/quindici anni, potranno invece evolvere in un rapporto di autentica solidarietà destinato a rinsaldarsi in una prospettiva di sovranità e di pax eurasiatica: la situazione in corso in Ucraina e in Crimea non deve – in tal senso – diventare occasione di divisione e contrapposizione.
 
RUSSIA: CAPITALI IN FUGA
di Maria Amoroso
 
Il problema della fuga dei capitali ha sempre costituito un tallone d’Achille per l’economia in ripresa della Federazione Russa. Il Paese ha cercato negli ultimi anni di migliorare significativamente il clima degli investimenti, incoraggiando e sostenendo le imprese e supportando la politica degli Investimenti Diretti Esteri. In seguito agli avvenimenti in Crimea e in Ucraina ed alle sanzioni economiche che ne sono scaturite, i capitali continuano a fuggire dalla Russia, e la situazione non sembra accennare ad un miglioramento, costituendo una minaccia anche per l’Occidente.
 
LA FREDDA GUERRA DI RUSSIA
di Maurizio Sgroi*
 
 La Russia è di nuovo un problema, dopo essere stata per un decennio una delle opportunità più corteggiate dall’Occidente. La crisi ucraina ha riacceso abiti mentali che ormai parevano consegnati alla storia: il fantasma della guerra fredda è tornato ad affacciarsi nell’arena delle relazioni internazionali. Ma stavolta non è la paura della bomba a “raffreddare” la guerra, bensì la natura stessa del confliggere contemporaneo, freddo perché figlio del calcolo e delle statistiche economiche. La Russia è diventata troppo grande e interconnessa a livello globale per poter fallire. Questa nuova deterrenza condurrà necessariamente a una distensione, che per la Russia può voler dire definitiva omologazione con quell’Occidente tanto vituperato. Era già successo, alla fine del XIX secolo, all’epoca della prima grande globalizzazione. E poi di nuovo, negli anni Venti della Nep. E tutte e due le volte è finita male.
 
TALASSOCRAZIA E SANZIONI
di Claudio Mutti
 
Fin dall’epoca della guerra del Peloponneso, le sanzioni rientrano nella categoria di quelle armi economiche alle quali viene assegnato l’obiettivo di indurre uno Stato ad accettare la volontà di chi le applica. Nella fattispecie delle sanzioni “chirurgiche” contro la Russia, decretate dagli Stati Uniti e adottate sia pur con una certa renitenza dall’Unione Europea, la strategia è dichiaratamente geopolitica. La talassocrazia statunitense persegue infatti lo scopo di estendere, attraverso un’Ucraina risucchiata nell’orbita occidentale, il raggio dell’influenza atlantica, rinsaldando così quella che Zbigniew Brzezinski ha definita “la testa di ponte democratica dell’America” nel continente eurasiatico.
 
L’ECO DI EUROMAIDAN IN BIELORUSSIA
di Giovanna De Maio
 
La questione ucraina è un campanello che mette in allerta la comunità internazionale, ma ancora piu’ forte fa tremare lo spazio post-sovietico. Un Paese come la Bielorussia, il cui duraturo regime autoritario gode di un forte consenso e i cui indicatori economici sono tra i piu’ positivi dei paesi del Partenariato orientale, cerca in questo contesto di fare la sua parte. Sbilanciarsi troppo a est o troppo a ovest potrebbe costare caro. Negoziare un appoggio la Russia in cambio dell’eliminazione dei dazi sui prodotti derivati dal petrolio russo potrebbe invece rivelarsi una strategia vincente.
 
L’ASSE DELLA RESISTENZA NELLA SECONDA GUERRA FREDDA
di Ali Reza Jalali
 
La regione mediorientale ed in particolare l’Iran si sono trovati sempre al centro degli appetiti delle grandi potenze, sia per la collocazione geografica, sia per le ingenti risorse del sottosuolo. Ciò è un punto cardine nelle relazioni internazionali, soprattutto per quello che riguarda i rapporti di forza tra Stati Uniti e Russia, interessati, sia oggi che in passato, ad esercitare la loro egemonia sul Medio Oriente e sul paese persiano.
 
L’UNIONE ANTIEUROPEA
di Michele Orsini
 
Nel linguaggio giornalistico, come in quello comune, è oramai largamente invalso l’uso della parola “Europa” come sinonimo di Unione Europea. Quest’uso risponde ad esigenze di brevità e semplicità, tuttavia è foriero anche di un fraintendimento, uno scivolamento di senso a causa del quale i numerosi movimenti euroscettici sorti in diversi Paesi del continente vengono spesso definiti o si definiscono essi stessi come antieuropeisti, se non addirittura antieuropei. Memori del monito di Nietzsche “il modo più perfido di nuocere ad una causa è difenderla intenzionalmente con cattive ragioni”, possiamo pensare che talora dietro questo utilizzo della parola ci sia un’intenzione deliberata. Eppure, che l’Unione Europea sia cosa diversa dall’Europa dovrebbe essere piuttosto facile da capire; c’è bisogno invece di un’analisi più sottile per comprendere come essa le sia addirittura nemica, una perfetta antitesi dell’idea stessa di Europa.
 
STORIA DEL COSTITUZIONALISMO UNGHERESE
di Katalin Egresi
 
Con l’entrata in vigore della Legge Fondamentale di Ungheria, il 1 Gennaio 2012, e in seguito alle discussioni politiche e pubblicistiche che essa ha sollevato, sarà forse utile ripercorrere la storia delle costituzioni ungheresi. Seguendo il loro sviluppo storico, a partire dalle consuetudini medievali, fino alle prime costituzioni scritte e alla promulgazione della nuova Legge Fondamentale, probabilmente si può arrivare ad una interpretazione più equilibrata della nuova costituzione. Pesano ancora oggi su di essa i giudizi negativi dell’Unione Europea, prima di tutto sulla mancanza di democrazia, e sembra che questi giudizi si ripetano ancora. Naturalmente la storia è solo uno degli elementi dell’interpretazione, accanto alle teorie giuridiche o al metodo comparativo con il quale risaltano le somiglianze e le differenze con le altre costituzioni europee. L’articolo intende presentare i diversi periodi delle costituzioni ungheresi, perché così sarà possibile capire lo spirito e il senso storico della costituzione e della dottrina della Sacra Corona che riappaiono nel Preambolo della Legge Fondamentale.
 
IMPORRE LA CULTURA EUROPEA AGLI EUROPEI.
di Ivan Buttignon*
 
Venezia Giulia, 1945-1954. Il fantomatico Territorio Libero di Trieste è diviso tra Zona A, occupata dai britannici e dagli statunitensi, e la Zona B, dagli jugoslavi. Specificamente nella prima, l’impronta alleata s’imprime in tutto il suo senso politico ma soprattutto culturale: Trieste deve diventare democratica, occidentale, europea; con le buone o con le cattive. La Venezia Giulia, o meglio quella piccola quota del territorio giuliano rimasta nell’area occidentale, rifiuta di venire standardizzato dalla logica anglo-americana e di diventarne serva. Il saggio insiste sulle trame sia politiche che, a maggior ragione, culturali che incombono sulla Zona A in termini di contrapposizione tra un governo alleato che specula sulle difficoltà di riorganizzazione politica, economica e sociale, implementando ricette formalmente democratiche ma che de facto creano maggiori e più profonde disuguaglianze, e il cosiddetto fronte filoitaliano, stremato per la sempre più carente rappresentanza italiana sia nella Zona B, dove la situazione assume i tratti della persecuzione antitaliana, sia nella Zona A.
 
CRISI ECONOMICA EUROPEA E NUOVI MOVIMENTI SOCIALI
 
di Cristiano Procentese*
 
La crisi finanziaria globale di questi ultimi anni è stata l’elemento scatenante di una serie di crisi economiche, sociali e politiche. Gli Stati europei insistono nell’adottare politiche improntate al libero mercato e, contemporaneamente, a smantellare gli investimenti nello stato sociale. Aumentano le disuguaglianze e la povertà e, come se non bastasse, le banche hanno ridotto i prestiti alle famiglie e alle imprese. Le popolazioni locali, costrette a sopportare sacrifici odiosi e iniqui, si sentono sempre più estranee alla politica tradizionale. Fortunatamente, sta emergendo nei cittadini europei un’esigenza di passare dalla centralità dei mercati alla priorità dei propri diritti. Nuove forme di associazionismo si vanno affermando, tuttavia tali nuovi gruppi, pur con tutto il loro attivismo, oltre ad essere privi di un mandato democratico, appaiono assai eterogenei per ambito di interesse e ancora lontani dall’idea di democrazia partecipativa.
 
LE DIFFICILI RELAZIONI USA-PAKISTAN

 di Silvia Bettiol
 
Le relazioni tra il Pakistan e gli Stati Uniti sono iniziate durante la guerra fredda, quando i due Paesi si sono alleati per sconfiggere i sovietici in Afghanistan. Dopo l’11 settembre del 2001 tuttavia i due Stati non possono più essere considerati alleati. Gli interessi nazionali pakistani e quelli statunitensi si scontrano continuamente, rendendo difficili le relazioni tra Washington e Islamabad che, nonostante le divergenze, sono oggi costretti a collaborare per cercare di gestire ciò che hanno involontariamente creato con le loro decisioni durante gli anni Ottanta.
 
RECENSIONE di: Giulietto Chiesa, Invece della catastrofe (a cura di Renato Pallavidini)
 

Incontro a Verona: “La primavera araba: impatto sui paesi mediterranei tra politica, costituzionalismo e flussi migratori”

L’Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani presenta (Verona):
Seminario
“La primavera araba: impatto sui paesi  mediterranei tra politica, costituzionalismo e flussi migratori”
Venerdì 04 luglio 2014 
Ore 15 – 17

Aula “Betti” 
Chiostro S. Maria delle Vittorie 
Lungadige Porta Vittoria 41 – Università di Verona

Saluti introduttivi 
Dott. Andrea La Luce (Segretario ADI Verona)

Interventi programmati
Dott. Ali Reza Jalali 
Dottorando di ricerca in Diritto costituzionale – esperto dei paesi islamici (Università di Verona)

Dott. Elton Xhanari 
Dottorando di ricerca in Diritto costituzionale – esperto di multiculturalismo e immigrazione (Università di Verona)

Per informazioni: dottorandi.univr@gmail.com 
PARTECIPAZIONE LIBERA ED APERTA A TUTTI GLI INTERESSATI (NEI LIMITI DELLA 
DISPONIBILITA’ DI POSTI)

Grazie al contributo dell’Università degli Studi di Verona

martedì 24 giugno 2014

Come gli USA dovrebbero mantenere il primato in Eurasia. L'analisi di Friedman su Ucraina e Iraq


 
 
Propongo ai lettori del blog questa sintesi di un articolo del noto analista americano George Friedman, pubblicato da “Stratfor”. Emerge dal pensiero dell’autore un dato evidente della politica americana e l’oggettiva grande capacità di Washington di giostrare in modo accurato nelle varie crisi internazionali. In ciò l’amministrazione Obama, nonostante alcuni limiti, dimostra molta più capacità di quella precedente. Interessante poi il parallelismo tra la situazione irachena e quella ucraina. Friedman consiglia ai dirigenti americani di non intervenire militarmente, evitando inutili rischi e costi di un’azione di quel tipo, ma suggerisce, da raffinato analista, di approfittare delle naturali contrapposizioni dettate dai fattori geopolitici e etnico-confessionali, che sono oggettivi, per incanalare gli eventi nella direzione caldeggiata da Friedman, quella, in generale, che vuole gli USA come principale potenza mondiale.

Ali Reza Jalali  

 

Nelle ultime settimane alcuni problemi del sistema internazionale sono riemersi. Abbiamo visto che il destino dell'Ucraina non è ancora risolto, e con questo, non è risolto nemmeno il rapporto della Russia con la penisola europea. In Iraq abbiamo appreso che il ritiro delle forze statunitensi e la creazione di un nuovo sistema politico non ha risposto alla domanda di come le tre anime del paese possano convivere. Ergo, le situazioni geopolitiche raramente si risolvono ordinatamente o permanentemente. Questi eventi, infine, pongono una questione difficile per gli Stati Uniti. Negli ultimi 13 anni, gli USA sono stati impegnata in una vasta guerra in due grandi teatri - e altri minori minori - nel mondo islamico. Gli Stati Uniti sono grandi e potenti abbastanza per sopportare tali conflitti prolungati, ma dato che le guerre non si sono concluse in modo soddisfacente, la voglia di alzare il limite di sopportazione per un eventuale  coinvolgimento militare ha un senso logico. Il discorso del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama presso l’Accademia Militare di West Point ha cercato di alzare il livello della guardia dei militari. Tuttavia, non era chiaro nel discorso il significato in termini pratici di quanto è stato detto:

“Ecco il punto centrale: l'America deve sempre avere il primato sulla scena mondiale. Se non lo facciamo noi, nessun altro lo farà. L’esercito al quale avete aderito è, e sempre sarà, la spina dorsale di questa leadership. Ma l'azione militare degli Stati Uniti non può essere l’unica o la sola componente del nostro primato. Avere il martello migliore non vuol dire che ogni problema è un chiodo.”

Dati gli eventi in Ucraina e in Iraq, la definizione del presidente di “chiodo” e di “martello”, in relazione ai militari degli Stati Uniti diventa importante. Le operazioni militari che non possono avere successo, o possono avere successo solo con un tale sforzo esorbitante che esaurisce la macchina bellica, sono irrazionali. Pertanto, la prima cosa da valutare in qualsiasi strategia in Ucraina o in Iraq è la sua praticabilità.

La crisi in corso in Ucraina

In Ucraina, un presidente filo-russo è stato sostituito da un presidente filo-occidentale. I russi hanno preso il controllo formale della Crimea, dove avevano sempre avuto il potere militare, grazie a un trattato con l'Ucraina. I gruppi pro-russi, apparentemente sostenuti da Mosca, lottano ancora per un controllo in due province orientali dell'Ucraina. In superficie, i russi hanno subito un'inversione in Ucraina. Se questo è veramente un capovolgimento dipenderà dal fatto che le autorità di Kiev sono in grado di governare l'Ucraina, che significa non solo la formazione di un governo coerente, ma anche di far rispettare la sua volontà. La strategia russa è quella di utilizzare l'energia, la finanza e le relazioni palesi e segrete per minare il governo ucraino e usurpare il suo potere. E' nell'interesse degli Stati Uniti che emerga una leadership filo-occidentale in Ucraina, ma l'interesse non è abbastanza schiacciante per giustificare un intervento militare degli USA. Non vi è alcuna struttura di alleanze in grado di sostenere un simile intervento, e non importa quanto indebolita sia la Russia; in ogni caso gli Stati Uniti sarebbero costretti a promuovere, in un paese vasto, una occupazione, e regolare l'amministrazione - anche se possibile - sarebbe un compito enorme. Gli americani poi combatterebbero lontani da casa, mentre i russi no. L'Ucraina non è quindi un “chiodo” da poter essere “martellato”. Gli Stati Uniti devono adottare una strategia indiretta. Il luogo in cui possono agire per influenzare gli eventi è nei paesi confinanti con l'Ucraina - in particolare Polonia e Romania. Questi paesi sono molto preoccupati per gli eventi di Kiev e saranno anche loro costretti a resistere all’aggressività russa come è accaduto nel secolo scorso; proprio qui devono intervenire gli USA, a sostegno dei timori di queste nazioni.

Le complessità dell'Iraq

L’Iraq è costituito da tre grandi gruppi: sciiti, sunniti e curdi. Gli Stati Uniti hanno lasciato l'Iraq nelle mani del governo dominato dagli sciiti, che non è riuscito ad integrare i curdi e sunniti. La strategia curda era quella di creare e mantenere una regione autonoma. I sunniti hanno tentato di costituire una forza rilevante nella loro regione e aspettare il momento opportuno. Quel momento è venuto quando, dopo le recenti elezioni, il premier iracheno Nouri al-Maliki non è riuscito a formare rapidamente un nuovo governo. I sunniti allora sono entrati in azione, prendendo il controllo delle zone di loro pertinenza confessionale e in qualche misura hanno cercato di coordinare le attività in tutta la regione. Essi non hanno attaccato la regione curda o le zone a predominanza sciita. Successivamente, gli sciiti hanno cominciato a mobilitarsi per resistere ai sunniti. Quello che è accaduto è il fallimento del governo centrale e l'affermazione del potere regionale. Non c'è alcun potere autoctono che può unire l'Iraq, in quanto nessuno ha abbastanza forza per farlo. Forse solo un intervento americano potrebbe riportare l’ordine. Come in Ucraina però, non è chiaro se gli Stati Uniti abbiano un interesse immediato a fare ciò. La rivolta sunnita porta con sé il rischio di un aumento del terrorismo e, ovviamente, dà ai terroristi una base da cui partire per condurre attacchi contro gli Stati Uniti. Con questa logica, gli Stati Uniti dovrebbero intervenire a favore dei curdi e degli sciiti. Il problema è che gli sciiti sono legati agli iraniani, e mentre gli Stati Uniti e l'Iran sono attualmente coinvolti in trattative sempre più complesse, ma promettenti, il focus è ovviamente sugli interessi e non sull'amicizia. L'invasione del 2003 si basava sul presupposto che gli sciiti, liberati da Saddam Hussein, sarebbero divenuti docili con gli Stati Uniti e avrebbero permesso di rimodellare l'Iraq in base ai desiderata di Washington. E’ subito emero però che gli sciiti iracheni, insieme ai loro alleati iraniani, avevano piani diversi. L'invasione degli Stati Uniti non è riuscita infine a creare un governo coerente in Iraq e ha contribuito a creare la circostanza attuale. Gli USA potrebbero intervenire nuovamente, ma il problema al momento non è militare, ma politico. Questo, naturalmente, lascia la possibilità di un aumento della minaccia del terrorismo. Ci sono 1,6 miliardi di musulmani nel mondo, e alcuni di loro sono pronti a impegnarsi in attività terroristiche. È estremamente difficile, tuttavia, capire che sono inclini a farlo. E' anche impossibile conquistare 1,6 miliardi di persone in modo da eliminare la minaccia del terrorismo. Sconfiggere un esercito nemico è molto più facile che occupare un paese il cui unico modo di resistere è il terrorismo. Un rischio grave in Iraq è poi che se le regioni sunnite diventano autonome e il loro governo non promuove la lotta alle componenti estremiste, il caos aumenterà. I curdi, i sunniti e gli sciiti sono ostili gli uni agli altri. Saddam controllava il paese attraverso l'apparato istituzionale laico del partito Baath. In mancanza, le tre comunità continuano ad essere ostili gli uni agli altri, così come la comunità sunnita in Siria è ostile agli alawiti. Gli Stati Uniti potrebbero promuovere allora questa tattica: mantenere l’Iraq tripartito, come adesso, non intervenendo direttamente, lasciando così le varie fazioni a contenersi vicendevolmente.

L'utilizzo limitato del “martello” da parte degli Stati Uniti

Per gli USA la situazione in Iraq e Ucraina è simile da un solo punto di vista: non si può intervenire militarmente. Invece, si deve agire con la forza indiretta utilizzando gli interessi e le ostilità delle parti coinvolte. Ciò lo si farà sostenendo fazioni che sono di interesse a Washington. In Ucraina, questo significherebbe sostenere gli ex Stati satelliti sovietici dell'Europa centrale. In Iraq, ciò significherebbe applicare una forza sufficiente per impedire l'annientamento di uno qualsiasi dei tre principali gruppi del paese. Anche in passato gli USA hanno utilizzato una strategia simile, ovvero ai tempi di Eisenhower. Solo chi conosce la guerra è a conoscenza del fatto che essa può essere utilizzata solo se si è quasi certi della vittoria, altrimenti è meglio una strategia volta all’attesa. Gli USA non hanno fretta in Ucraina e nemmeno in Iraq.