giovedì 28 agosto 2014

La guerra dei cent’anni in Eurasia


 
 

Ali Reza Jalali

 

A oggi i principali terreni di attrito della politica internazionale sono due: l’Europa orientale e l’Asia sud-occidentale (Medio Oriente). Non penso che sia casuale la collocazione geografica di queste gravi crisi internazionali, fenomeni tragici, caratterizzate da aspre guerre, proprio ai limiti dello spazio eurasiatico strictu sensu. Una volta c’era la Russia zarista, un’entità geografica e statale che a grandi linee presentava una certa omogeneità rispetto all’esperienza sovietica immediatamente successiva – non certamente a livello ideologico, bensì a livello geografico – un impero eurasiatico che comprendeva ampie zone dell’Europa orientale e dell’Asia centrale. Oggi quell’impero non c’è più ovviamente, ma le guerre, esattamente come succedeva prima, si combattono ai margini di questo territorio.

 

Dall’Ucraina all’Iraq, passando per la Siria, è come se il fronte fosse lo stesso, o per meglio dire, due fronti della stessa grande guerra, ai confini occidentali e meridionali dell’Eurasia, della Russia zarista, dell’Unione Sovietica, della CSI o come la vogliamo chiamare, in quanto, se a livello ideologico e metapolitico vi sono chiare differenza tra lo Zar, Basileus della Grande Russia, detentore del potere temporale legittimato dall’autorità spirituale del Patriarca, vicario di Cristo in terra, e il Presidente del Soviet supremo, chiamato a governare in nome del proletariato delle Repubbliche socialiste, lo stesso non si può dire a livello della geografia politica. Uno, lo Zar, ha governato in nome della Tradizione, l’altro, il capo dei bolscevichi, ha governato in nome della variante giacobina, socialista e marxista della modernità illuminista.

 

Il “grande spazio” di schmittiana memoria occupato dalle entità politiche e giuspubblicistiche della Russia zarista e sovietica è però identico, o quasi. La prima e la seconda guerra mondiale si è combattuta ai confini di questa realtà; la terza, la guerra fredda, idem. Con la dissoluzione del blocco socialista europeo, una sorta di area cuscinetto tra l’Occidente politico (democratico – liberale o sociale che fosse), economico (capitalista – liberista anglosassone o renano che fosse), sociale (sessantottino o conservatore che fosse) e militare (NATO) e l’impero russo-eurasiatico-marxista, le forze borghesi hanno ampliato il loro raggio di influenza, penetrando addirittura nel cuore degli ex possedimenti sovietici (i paesi baltici). Era la fine di un impero eurasiatico che sotto varie forme per alcuni secoli aveva dominato quell’enorme spazio geografico tra Europa e Asia.

 

Alcuni pensavano a una sorta di pax americana, atlantica, borghese, democratica. Se qualcuno, con queste premesse, a dire il vero molto diffuse dopo il crollo dell’URSS, fosse andato in letargo, e si fosse svegliato nell’estate 2014, sarebbe rimasto sconvolto. Altro che pace americana e impero pacifista dei mille anni. Il mondo è in fiamme e proprio quelle zone che sono sempre state il ventre molle della Russia, l’est europeo e il Medio Oriente, la line del fronte, sia per lo Zar che per i bolscevichi, sono nuovamente il teatro di aspri scontri. Lo Zar Vladimir – erede della tradizione ortodossa zarista e dell’apparato industriale e bellico sovietico - ha a che fare ancora con gli stessi problemi dei suoi antenati illustri. Quella in corso non è altro che una guerra di dimensioni importanti, la quarta guerra mondiale, per estendere il dominio atlantico e anglosassone su tutta l’Eurasia, sta volta latu sensu, su tutte le terre emerse da Lisbona a Shanghai.

 

Tale conflitto del mondo anglosassone atlantico contro o per la conquista dell’Eurasia è cominciato con la prima e seconda guerra mondiale, e per ovvi motivi geografici, ha avuto come vittima eccellente il vecchio continente con la sua potenza centrale, il mondo germanico, rappresentato dagli imperi tradizionali tedesco e austriaco prima e dalla Germania nazista poi, progetto al quale, per una sorta di convergenza geopolitica, in parte anche ideologica e metapolitica, con le forze talassocratiche anglosassoni ha partecipato pure la Russia. Nella terza guerra mondiale l’atlantismo ha avuto come nemico ideologico il comunismo con il suo principale rappresentante geopolitico, l’URSS.

 

Nell’attuale conflitto invece la guerra è rivolta ideologicamente e retoricamente all’Islam – come dice Huntington, non l’Islam radicale, ma l’Islam in quanto tale – ma a livello geopolitico il punto rimane lo stesso: come in un evidente moto da ovest a est, le forze atlantiche dopo la conquista dell’Europa, si spostano sempre più a oriente e hanno raggiunto i confini sensibili dei possedimenti dello Zar Vladimir: gli stati cuscinetto – la linea del fronte purtroppo per i russi è indietreggiata, la cortina di ferro non è più a Trieste ma ormai a Kiev - dell’Europa orientale e del Medio Oriente. Ormai siamo giunti alla fase finale della super guerra mondiale, suddivisa in quattro fasi, iniziata nei primi del Novecento: la guerra dei cent’anni per la conquista dell’Eurasia, promossa da quel pezzo di Europa anglosassone trapianta in Nord America.

 

Proprio cento anni fa, sempre nell’Europa orientale, si trovò il pretesto per l’inizio di un conflitto intereuropeo scellerato che diede l’opportunità alla principale potenza d’oltreoceano di iniziare la sua campagna militare nel vecchio continente. Ora siamo al dunque: o la principale potenza geopolitica eurasiatica, guidata dallo Zar Vladimir, soccombe, degradando, come auspicava Brzezinski, a potenza asiatica (perdendo l’Ucraina) e in quanto tale, come gli stati levantini, viene coinvolta in infinte diatribe interne e guerre civili, oppure reagendo, evita che la linea del fronte possa ulteriormente indietreggiare, nel Caucaso e nell’Asia centrale. Le trattative dell’UE con l’Ucraina e la Georgia in questo senso sono abbastanza preoccupanti per Mosca.

 

Non a caso l’espansione della NATO verso est è sempre stata accompagnata dall’allargamento dell’UE. Le due entità, a grandi linee, sembrano combaciare. Le contromosse russe comunque sono arrivate: da un lato l’annessione di fatto della Crimea ha ancorato Mosca al Mar Nero, principale bacino interno dell’Europa orientale, d’altro canto il sostengo diplomatico e di intelligence alla Siria ha rafforzato il ruolo di Zar Vladimir nell’area. Ma il precipitare della situazione in Iraq, l’avanzata degli estremisti islamici dell’ISIS, la risoluzione del CSNU di condanna del gruppo e i raid aerei americani contro i militanti di un gruppo aderente a quell’ideologia contro la quale l’Occidente starebbe combattendo la quarta guerra mondiale, almeno per quello che ci hanno detto gli intellettuali di area neocon del partito repubblicano americano, e con loro tutti i neocon di casa nostra, non stanno facendo altro che potenziare l’ipotesi di un intervento americano anche in Siria.

 

Ironia della sorte non contro il “dittatore” (guarda caso vicino alla Russia) Assad, ma contro i temibili jihadisti che combattono il governo damasceno, jihadisti sostenuti proprio dalla NATO (tramite la Turchia) e dalle monarchie arabe (alleate degli USA). Secondo alcuni l’intervento dovrebbe indebolire le formazioni ormai rivelatesi troppo radicali e aiutare i ribelli moderati a riprendere terreno, in una situazione molto caotica. Un caos questo, tutto sommato normale per quell’area del mondo, dove le alleanze durano il tempo di prendere un tè o di fumare un narghilè. Quel caos che le forze atlantiche vorrebbero vedere anche in Russia, un impero che da eurasiatico dovrebbe diventare solo ed esclusivamente asiatico e battere in ritirata. Ieri si è iniziati con Berlino, oggi si vuole arrivare a Mosca. Nel mezzo ci sono il Donbass e la Siria.             

lunedì 11 agosto 2014

Iraq, quo vadis?


 
Ali Reza Jalali

I territori in mano ai jihadisti tra Siria e Iraq

 

L’attacco americano contro le postazioni dello Stato Islamico e l’evoluzione delle vicende istituzionali irachene inducono ad alcune brevi considerazioni.

Partiamo dal primo punto. Sembra necessaria ormai da parte americana una parziale correzione dell’approccio degli ultimi anni in Medio Oriente, ovvero quello di una alleanza esplicita con l’Islam politico sunnita moderato e conservatore (Erdogan e Fratelli Musulmani) e di sostegno ai gruppi islamici più radicali in scenari come la Libia e la Siria; tale politica al momento è da considerarsi una parentesi chiusa, anche perché i Fratelli Musulmani e Erdogan hanno fallito la loro missione, incentrata sulla defenestrazione delle forze dominanti nel “vecchio” Medio Oriente, in cui i vari Assad e alleati potevano avere un ruolo importante. Lo stesso dicasi per gli islamici radicali, che ormai sono in fase di ridimensionamento in Siria, con non poche faide reciproche. L’Iraq era l’ultima speranza per l’Islam radicale sunnita, ma il Califfato di Al Baghdadi non è riuscito a marciare sulla capitale mesopotamica, cambiando rotta verso il Kurdistan. L’intervento americano quindi mira da un lato a salvaguardare l’autonomia curda dall’avanzata jihadista, d’altro canto è un’azione per cercare di ridimensionare l’impatto del fondamentalismo sunnita, ormai fuori controllo, considerando che molti jihadisti presto potrebbero far rientro nei paesi d’origine, nazioni spesso con regimi alleati degli USA in Medio Oriente (la maggior parte dei jihadisti sono originari del Nord Africa, della Giordania e dei paesi della penisola araba, oltre ovviamente a Siria e Iraq). In un colpo solo gli USA difendono l’autonomia curda, importante base operativa occidentale nell’area, uccidono un numero cospicuo di jihadisti che potrebbero andare in giro per il Medio Oriente a fare danni dove non richiesto da Washington (pensate solo all’ipotesi di un possibile jihad in Arabia Saudita o in Giordania) e si ripresentano prepotentemente nello scacchiere iracheno, dopo che la loro passività aveva fatto guadagnare spazio nel paese mesopotamico ai russi e agli iraniani, tramite forniture militari di vario genere.
 
Maliki, ormai ex premier?
 

Per quello che riguarda il secondo punto invece la situazione al momento è la seguente: la coalizione guidata dal partito Ad-Dawa (Stato di Diritto) ha la maggioranza relativa dei seggi in parlamento, ma ormai nessuna forza politica, nemmeno gli altri gruppi sciiti, sono disposti a confermare il leader del partito maggioritario, Nuri Maliki, alla presidenza del consiglio dei ministri. D’altronde in base alla forma di governo irachena il capo dello stato deve incaricare della formazione del governo il leader della coalizione di maggioranza, in questo caso Maliki. Il presidente della Repubblica, il neoeletto Fuad Masum, curdo, ha però incaricato un altro esponente del partito di Maliki, Haider Abadi, di iniziare le consultazioni per formare un governo. Abadi è sostenuto esplicitamente da una parte minoritaria del partito di Maliki e da tutte le altre fazioni sciite, tra cui quelle di Ammar Hakim, Ibrahim Jafari e Muqtada Sadr. Insomma, al momento Maliki è isolato non più solo tra i curdi e i sunniti, ma anche tra gli sciiti stessi. Il problema è che la corte suprema irachena ha notato come l’operato del capo dello stato di non nominare Maliki per indire le consultazioni finalizzate alla formazione di un esecutivo, è un atto che viola la costituzione del paese arabo. Bisogna ora attendere per capire se effettivamente Abadi avrà i numeri per formare il governo. Egli ha incassato molti consensi, oltre che quello di una parte importante delle fazioni sciite, anche quello, evidentemente, del presidente iracheno, rappresentante dei curdi, soprattutto quelli dell’unione patriottica di Jalal Talabani. Una ritrovata sintonia tra molte fazioni sciite e una parte dei curdi potrebbe essere sufficiente alla formazione di un nuovo governo, anche se ci sono ancora molte incognite: bisogna vedere fino a che punto i mailikiani, che al momento non sono pochi, vorranno fare ostruzionismo e cosa intenderanno fare i gruppi sunniti: partecipare al governo o rischiare, rifiutando, ancora anni di isolamento istituzionale, che fino a oggi non gli ha portato un gran che?
 
E' finita la luna di miele tra l'amministrazione Obama e gli islamisti?
 

All’estero poi le reazioni sono abbastanza positive riguardo la figura di Abadi, sia Washington che l’UE si sono espressi a favore del candidato sciita. In Iran i media più vicini alla Guida Khamenei non hanno accolto negativamente l’investitura di Abadi, anche perché egli è pur sempre espressione di un partito, Ad-Dawa, storicamente legato a Tehran e al clero sciita; inoltre l’appoggio di Sadr, Hakim e Jafari all’eventuale neo primo ministro indicano uno stretto legame con gli ayatollah iraniani. Per non parlare poi del presidente neoeletto, Masum, membro di quel partito dell’unione patriottica curda, anch’esso storicamente legato a Tehran, attraverso il quale proprio recentemente, secondo molti media internazionali, sarebbero entrati nel Kurdistan iracheno a dar man forte ai guerriglieri curdi in funzione anti-ISIL, alcune unità scelte delle forze armate iraniane. Non a caso recentemente è arrivata anche una lettera pubblica dei leader curdi iracheni, per ringraziare il governo di Tehran per l’appoggio. Interessante anche notare come nel giro di poche settimane lo scenario in Iraq sia mutato. Inizialmente è emerso che i curdi non hanno ostacolato l’avanzata dell’ISIL, pensando di usare la situazione per mettere pressione al governo centrale iracheno, ottenendo così nuovi vantaggi e più autonomia da Baghdad; ma la foga dei miliziani islamisti ora si è riversata sui curdi stessi, una volta fallita l’operazione di conquista della capitale irachena da parte dei jihadisti.
 
Tra tante domande, una certezza: le gigantografie del leader iraniano Khamenei a Baghdad
 
 

Ci sarebbero anche molte altre considerazioni da fare, ad esempio come i ribelli curdi anti-iraniani con basi nel Kurdistan iracheno siano stati intelligentemente tenuti fuori dai combattimenti contro l’ISIL, su esplicita richiesta dei curdi iracheni, per non indispettire gli iraniani presenti nel Kurdistan iracheno. Immaginatevi la scena: un pasdaran iraniano e un separatista curdo iraniano fianco a fianco nel nord dell’Iraq contro gli integralisti sunniti. Questo è il Medio Oriente signori, la terra del caos.     

lunedì 4 agosto 2014

Il ritorno dell’Iran nella comunità internazionale



 

Jeffrey Payne, Schuyler Moore

Di seguito traduzione e sunto a cura di Ali Reza Jalali di un articolo apparso sul sito della prestigiosa rivista di politica internazionale pubblicata negli USA “The National Interest”. Il titolo originale dell’articolo è “When Iran Comes In from the Cold...”.

 

Con l’estensione per altri quattro mesi dei negoziati del 5+1 con l’Iran, si continua a sperare per il raggiungimento di un accordo sulla questione del nucleare iraniano. Nei sei mesi passati, sono emersi punti in comune tra i vari attori coinvolti per raggiungere un risultato positivo, anche se non sono mancati anche momenti di forte disaccordo, per via dei diversi interessi coinvolti. Ovviamente anche l’estensione dei negoziati potrebbe portare a risultati negativi, come la fine definitiva delle trattative, ma in ogni caso l’implicazione più importante e duratura della vicenda è il ritorno dell’Iran in seno alla comunità internazionale. Per quanto riguarda l’interesse nazionale americano poi, bisogna dire che nel breve periodo un accordo con l’Iran potrebbe portare delle minacce agli USA in Medio Oriente e in Asia centrale, ma nel lungo periodo sarebbero maggiori i vantaggi.

Ogni accordo con l’Iran nell’alveo delle questione nucleare, sarebbe solo l’inizio del ritorno dell’Iran nella comunità internazionale. Senza ombra dubbio le sanzioni hanno creato molti problemi agli iraniani e ciò ha avuto un impatto importante sulla decisione di Tehran di tornare in modo serio al tavolo delle trattative. L’alleggerimento delle sanzioni internazionali avrebbe un impatto rapido sugli equilibri in Asia centrale, visto l’interesse cinese nel creare una nuova via della seta, che dovrebbe collegare la Cina al Mediterraneo, passando quindi proprio dall’Iran. Non è un caso che la Repubblica Popolare è uno dei paesi che spinge maggiormente per risolvere la crisi nucleare iraniana. La Cina sta investendo molto in Asia centrale (recentemente 30 mld di dollari solo in Kazakistan) e il reintegro dell’Iran nella comunità delle nazioni faciliterebbe gli investimenti nel paese persiano, facendo si che gli iraniani possano modernizzare le proprie infrastrutture. Si creerebbe così una macro-area di cooperazione economica e ciò rappresenterebbe una importante opportunità per l’Iran di implementare la propria influenza in Asia centrale, considerando anche l’alleggerimento della presenza USA in Afghanistan. Inoltre, l’attivismo iraniano aumenterebbe le relazioni commerciali con i paesi centroasiatici, facendo diminuire la dipendenza dell’area da Russia e Cina. L’aumento della cooperazione regionale sarebbe anche una diga contro alcuni problemi comuni dei paesi della regione come il traffico di droga, l’immigrazione illegale e il terrorismo internazionale.

Se i vicini orientali dell’Iran sarebbero contenti di eventuali alleggerimenti delle sanzioni internazionali e del conseguente reintegro dell’Iran nella comunità delle nazioni, lo stesso non si può dire per i vicini arabi. Sin dai tempi della rivoluzione islamica in Iran i paesi della penisola araba guidati dall’Arabia Saudita hanno ingaggiato con Tehran una lotta per il predominio regionale. Un Iran con meno sanzioni e quindi più forte economicamente avrebbe maggiori opportunità di potenziare il suo ruolo in Medio Oriente, con un ancora maggiore sostegno a Hezbollah in Libano, alla Siria e al governo sciita iracheno. L’opposizione di Israele al potenziamento dell’Iran è una ulteriore complicazione a tutta la vicenda; Tel Aviv infatti è tra i principali oppositori delle trattative nucleari con l’Iran. Il ruolo della Cina poi è importante anche in Medio Oriente, visto che la nuova via della seta economica transiterebbe fino al Mediterraneo proprio attraverso la regione a maggioranza araba. In Medio Oriente si trovano i principali fornitori di energia della Repubblica Popolare, tra i quali Arabia Saudita, Qatar e Iraq. Saldare i legami con l’Iran, in prospettiva di una sinergia economica tra Pechino e il Mediterraneo, attraverso Iraq, Siria e Libano (paesi in cui è forte l’influenza iraniana) e contemporaneamente avere legami economici importanti con i paesi avversari degli iraniani come quelli della penisola araba, trasformerebbe la Cina in un interlocutore fondamentale per tutti gli equilibri regionali. D’altronde Israele e i paesi della penisola araba si oppongono fortemente a questo ruolo centrale giocato dagli iraniani. Gli USA sono quindi in una situazione difficile: vorrebbero raggiungere un accordo sul nucleare iraniano, ma i suoi maggiori partner in Medio Oriente, Israele e alcuni paesi arabi, sono i principali oppositori di ciò, avendo paura del potenziamento iraniano.

Per gli americani raggiungere un accordo con l’Iran sarebbe un vantaggio in Asia centrale, visto che ciò darebbe l’opportunità a quell’area di svilupparsi. La situazione in Medio Oriente però è più complessa, visto anche il fatto che ormai lo status quo regionale è molto instabile. Inoltre la fine della sanzioni all’Iran aprirebbe definitivamente le porte del Medio Oriente alla Cina, cosa che creerebbe problemi all’influenza americana nella regione. Ci sono poi due punti importanti dal punto di vista americano: il primo è che effettivamente si raggiunga un accordo con l’Iran sul nucleare. Gli USA non accetteranno mai che il governo di Tehran possa dotarsi di un potenziale atomico e fermare questo progetto sarebbe un grande successo per Washington. Il secondo è che, in ogni caso, gli USA continueranno ad avere un ruolo di primo piano in Medio Oriente, sia diplomaticamente che militarmente. Comunque vada e qualsiasi cosa succeda gli americani resteranno in Medio Oriente.

 

Jeffrey Payne e Schuyler Moore sono importanti studiosi della politica internazionale e membri di centri di ricerca prestigiosi negli USA.  
 

venerdì 18 luglio 2014

Le operazioni terrestri israeliane contro Gaza nell’era del neo-califfato


 

Ali Reza Jalali

Sono iniziate la notte del 17 luglio le operazioni militari dell’IDF (Forze di Difesa di Israele) sul territorio della Striscia di Gaza, dopo circa una settimana di bombardamenti aerei che avevano provocato circa 200 vittime tra i gazawi. L’inizio del conflitto è stato giustificato da Israele dopo l’assassinio di tre israeliani rapiti da ignoti: Tel Aviv ha puntato il dito contro Hamas, anche se quest’ultimo ha sempre negato il coinvolgimento. Recentemente poi, sembra che un gruppo salafita abbia rivendicato l’accaduto.

Alcuni sostengono che il gruppo dei rapitori sia legato in qualche modo allo Stato Islamico, entità che sta mettendo a soqquadro il Medio Oriente, proclamando il califfato dalla Siria orientale all’Iraq occidentale.
 
 

A prescindere dal vero motivo che ha portato Israele a un attacco importante, il più significativo dalle operazioni concluse nel gennaio del 2009 proprio ai danni di Gaza, cercherò di seguito di vedere sommariamente quali possono essere i risvolti dell’attuale conflitto, sia su scala locale, che su scala regionale.

Innanzi tutto cosa vuole fare Israele? Inizialmente Tel Aviv aveva proclamato che l’obiettivo è sconfiggere “i terroristi di Hamas”. Il premier israeliano addirittura aveva affermato che “Israele si toglierà i guanti”, per fare completa pulizia a Gaza; all’inizio delle operazioni di terra però, Israele entra nello specifico dicendo che l’obiettivo reale è quello di distruggere i tunnel, attraverso i quali passano sia i rifornimenti alimentari per la Striscia, ormai soffocata da diversi anni, grazie anche alla collaborazione attiva egiziana con Israele, collaborazione di fatto mai venuta meno da Mubarak a El Sisi, passando per Morsi, sia qualche rifornimento militare.

Proprio ciò sarebbe l’obiettivo di Tel Aviv: evitare che arrivino armi ai miliziani palestinesi, evidentemente non solo a Hamas, ma anche al Jihad Islamico e al Fronte Popolare o agli altri gruppi minori.

La distruzione dei tunnel tramite una operazione di terra però comporta il fatto che Israele deve raggiungere i confini meridionali della Striscia, al limite con l’Egitto, in quanto, se la distruzione dei tunnel voleva essere fatta attraverso raid aerei come in passato, non c’era bisogno dell’operazione terrestre, coi rischi connessi per le truppe dello Stato ebraico, facili prede per i cecchini palestinesi nei meandri della Striscia, uno dei luoghi più densamente abitati del mondo, dove 1,5 milioni di persone sono ammassate in un territorio lungo circa 40 km per una larghezza che non arriva mai a 10 km. In pratica, facendo un paragone, la Striscia di Gaza è più piccola della provincia di Brescia (una zona comunque densamente abitata), ma ha più abitanti.

Spingersi fino a sud con corazzati e carri armati, per distruggere i tunnel, vuol dire inoltre che le operazioni nel territorio di Gaza dovranno per forza di cose prolungarsi: non un’azione lampo quindi. Subito dopo l’inizio delle operazioni di terra sono arrivati i primi feriti e un morto tra le fila dell’IDF. Cosa che, sino all’attacco aereo, non era ancora successo, almeno secondo le fonti israeliane. Bisogna poi considerare che nella prima settimana di guerra, i razzi palestinesi hanno colpito diverse volte Israele, anche le zone settentrionali del paese. Addirittura un drone del braccio armato di Hamas ha sorvolato le città israeliane, nei pressi di Tel Aviv. Il costosissimo scudo “Iron Dome”, sempre secondo fonti israeliane, ha intercettato solo una parte dei razzi palestinesi, dimostrandosi inefficacie per il tipo di missili che deve neutralizzare.

Le forniture militari palestinesi - pur nella loro pochezza nei confronti dell’esercito israeliano - di origine iraniana e siriana, hanno in ogni caso provocato scompiglio tra gli abitanti dello Stato ebraico, creando problemi alla popolazione civile. Ovviamente il paragone con la situazione di Gaza non regge, ma in ogni caso ciò è bastato per costringere le autorità israeliane ha dover dare spiegazioni ai propri cittadini, costringendo alle dimissioni un sottosegretario del gabinetto di Tel Aviv.
 
 

Sul campo di battaglia vi è un netto divario tra Israele e i palestinesi, ma se l’offensiva terrestre continuerà, la possibilità che possa aumentare il numero di morti israeliani è realistica. La società civile israeliana non è abituata ad dover sostenere troppe vittime; questo sicuramente è da prendere in considerazione e complica i piani militari israeliani. Un conto è un’azione lampo, ma se il vero obiettivo è distruggere i tunnel di Gaza, le manovre dovrebbero durare non meno di alcune settimane, andando oltre i 22 giorni del conflitto che infiammò Gaza dal dicembre 2008.

Il conflitto di Gaza ha poi un diretto impatto politico sulle trattative palestinesi per la riconciliazione, dopo tanti anni, tra Hamas e Fatah. La prima vittima del conflitto infatti è il governo di unità nazionale palestinese, una questione che poteva alleggerire la situazione drammatica di Gaza, sotto assedio da parte di Israele e parzialmente anche da parte dell’Egitto.

Ho detto che alcuni analisti hanno ricondotto il rapimento e l’assassinio di tre israeliani con un gruppo vicino allo Stato Islamico del califfo Al Baghdadi, leader di questa entità virtuale che ha preso il sopravvento recentemente nella regione, ormai sempre più preda del radicalismo islamico. Proprio mentre il conflitto a Gaza era appena iniziato però ci sono stati degli scambi di accuse pesanti tra SI e Hamas. I primi hanno accusato il movimento palestinese di essere alleato degli “eretici” sciiti iraniani (Hamas ha proprio recentemente ringraziato l’Iran per il sostegno ricevuto, come anche il Jihad Islamico), mentre Hamas ha vietato ai propri miliziani di esporre i vessilli della fazione di Al Baghdadi, bollando le esternazioni dello Stato Islamico come “settarie”. Inoltre, Ahmed Jibril, leader del FPLP-Comando Generale ha rivelato del passaggio di armi siriane verso la Striscia di Gaza. Ciò è stato confermato anche dagli israeliani nelle primissime ore del conflitto. Insomma, nonostante le difficoltà degli ultimi anni per siriani e iraniani - l’asse Damasco-Tehran è sotto attacco dal 2011 in Siria e da qualche tempo anche in Iraq – e nonostante Hamas abbia preso le difese della ribellione anti-Assad, Iran e Siria rimangono ancorate a Gaza e ai gruppi armati della Striscia, smentendo la propaganda settaria di molti media arabi, riguardo allo scontro sciiti-sunniti. I palestinesi, almeno fino a prova contraria, rimangono sunniti, alleati degli sciiti iraniani (senza dimenticare Hezbollah in Libano) e della Siria, laica sì, ma governata da alcuni decenni da una famiglia (Assad) alawita (ramo sciita). Di fatto, a Gaza le armi israeliane combattono contro le armi iraniane e siriane dei miliziani palestinesi.
 

Come ormai siamo abituati da diverso tempo, le potenze del mondo arabo-islamico rimangono molto passive e oltre condanne verbali dell’attacco israeliano, non ci sono iniziative concrete per sostenere i palestinesi. Non entro nemmeno in merito all’atteggiamento della cosiddetta comunità internazionale, completamente indifferente, non certo da oggi, del destino di milioni di palestinesi, colpevoli di essere nati nel posto sbagliato, nel momento sbagliato.

Un’ultima osservazione merita poi l’accavallamento degli eventi mediorientali. Oltre al ruolo precedentemente detto dello Stato Islamico e il suo operato, con le connessioni esplicite col conflitto israelo-palestinese (sia Israele che lo Stato Islamico condannano Hamas), lo spazio geografico occupato al momento dalle milizie di Al Baghdadi (Siria-Iraq) riportano alla mente una frase del fondatore di Israele, Ben Gurion, che aveva teorizzato una sorta di area di influenza regionale per Tel Aviv (la famigerata “Grande Israele”, dal Nilo all’Eufrate), auspicando la destabilizzazione dei paesi arabi più importanti intorno allo Stato ebraico, ovvero Egitto, Siria e Iraq. Senza ombra di dubbio l’avanzata dello Stato Islamico indebolisce l’unità territoriale di Damasco e Baghdad; ciò è assolutamente funzionale al progetto israeliano espresso da Ben Gurion diversi decenni fa. Non ho la matematica certezza che tra Al Baghdadi e Ben Gurion ci sia un filo rosso (in realtà la “talpa” Snowden ha recentemente affermato che alcuni elementi dello Stato Islamico sono stati addestrati anche da Israele), ma come ci insegnano alcuni maestri della politica, a pensar male si fa peccato, ma si azzecca quasi sempre.