giovedì 20 novembre 2014

Uno sguardo sull’Iran. Recensione di "Dossier Iran e Vicino Oriente"

 
 
 
Senza ombra di dubbio il Vicino Oriente oggi rappresenta una delle aree più instabili del pianeta, un vero e proprio heartland del caos globale. Questa situazione, ormai ancor più palese con l’emergere della crisi nella regione, soprattutto a cavallo tra Iraq e Siria con la manifestazione del cosiddetto Stato Islamico guidato dal misterioso califfo Al Baghdadi — entità che occupa una parte considerevole del territorio dei due paesi arabi, con ramificazioni anche fino alla Libia —, sembrerebbe il frutto di diversi fattori: da un lato le ambizioni delle grandi potenze, sempre pronte a intromissioni anche considerevoli nei paesi dell’area, sia per il ruolo geopolitico del Vicino Oriente, sia per le sue risorse energetiche; e dall’altro l’instabilità e la frammentazione dell’area e dei paesi che la compongono.
 
Una delle isole di stabilità in questa regione così instabile è sicuramente l’Iran, che non solo è riuscito a evitare un coinvolgimento diretto sul proprio territorio (cosa che non è riuscita ad altri attori importanti della regione, anche se con gradazioni diverse, dalla Siria e dall’Iraq fino all’Egitto e alla Libia), ma ha anche incrementato notevolmente il proprio peso regionale, grazie ad una attenta politica di sostegno ad alcune entità governative e non solo, senza però un impegno eccessivo che possa in qualche modo ledere il potenziale strategico iraniano.
 
 
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Recentemente la casa editrice Irfan ha dato alle stampe un breve saggio (poco più di 80 pagine) a cura di Ali Reza Jalali, studioso di origine iraniana ma nato e cresciuto in Italia. Il libro — intitolato Dossier Iran e Vicino Oriente. Ricerche e analisi di diritto costituzionale, scienze politiche e relazioni internazionali — tratta proprio della situazione nel Vicino Oriente e contiene alcuni saggi dell’autore su vari argomenti, dal diritto costituzionale alle relazioni internazionali, nell’ottica di un’analisi solidamente storica ma anche legata all’attualità. I primi capitoli si concentrano sull’ordinamento iraniano e sull’evoluzione del modello istituzionale, soprattutto per quello che riguarda la transizione dalla monarchia costituzionale islamica dello Shah alla repubblica islamica voluta da Khomeini, edificata nel 1979. Questo passaggio ha segnato alcuni tratti di rottura col passato iraniano: si pensi ad esempio al ruolo maggiore assunto dal diritto islamico e dai valori religiosi nell’ordinamento giuridico iraniano, ma anche dei tratti di continuità, come ad esempio il ruolo centrale nelle istituzioni e nella forma di governo del capo dello stato, prima in veste di monarca, poi in veste di dottore della legge religiosa. Oltre a ciò il testo analizza alcune particolarità del pensiero politico egemone oggi nell’ordinamento iraniano, ovvero quello strano e apparentemente contraddittorio concetto di “democrazia religiosa”, spesso richiamato anche dall’attuale Guida suprema iraniana Khamenei. Essa può essere vista, almeno questa è l’opinione di Jalali, come una sorta di versione relativizzata della democrazia occidentale, una forma di democrazia che cerca di adattarsi — in questo senso “relativizzata” — a un contesto culturale, storico, giuridico e religioso che ha poco a che vedere coi modelli occidentali ed europei, impregnati in qualche misura di diritto romano, cristianesimo e illuminismo.
 
 
 

lunedì 17 novembre 2014

"Dossier Iran e Vicino Oriente. Ricerche e analisi di diritto costituzionale, scienze politiche e relazioni internazionali"

Irfan Edizioni ha pubblicato recentemente un nuovo libro di Ali Reza Jalali dal titolo "Dossier Iran e Vicino Oriente. Ricerche e analisi di diritto costituzionale, scienze politiche e relazioni internazionali". Il libro è acquistabile contattando  http://nuovo.irfanedizioni.it/contattaci.





ISBN 978-88-97278-27-6
 
Prezzo di copertina euro 10
 
"Le dinamiche del Vicino Oriente, o Medio Oriente che dir si voglia, sono ormai all’ordine del giorno dei principali media nazionali e internazionali, per via dell’importanza strategica che questa regione del mondo, incastonata tra le principali potenze mondiali a livello militare ed economico (Unione Europea, Russia, India, Cina, Giappone, Stati Uniti), ricopre ormai da diverso tempo. Senza questo bacino energetico formidabile a basso costo, le principali riserve di gas e petrolio si trovano tra Golfo Persico, Mar Caspio e Mar Mediterraneo, le grandi potenze non sarebbero tali." Dalla Prefazione dell'Autore  




domenica 9 novembre 2014

Incontro a Brescia sulla geopolitica delle religioni

 

Da destra: Paolo Rada, Claudio Mutti e Ali Reza Jalali


Sabato 8 novembre 2014 a Brescia nella sala comunale di Via Pasquali 5 si è svolta una conferenza organizzata dall’associazione culturale “Nuove Idee” con lo scopo di presentare al pubblico il nuovo numero della rivista “Eurasia” dedicata alla geopolitica delle religioni. Sono intervenuti come relatori il direttore della rivista Claudio Mutti, Paolo Rada, esperto di Islam e di religioni e Ali Reza Jalali, analista geopolitico del Vicino Oriente.

L’intervento di Claudio Mutti si è concentrato sulla geopolitica delle religioni a livello generale, con una riflessione ad ampio respiro che ha sottolineato l’importanza del fattore religioso nel mondo contemporaneo, al contrario di quello che avevano previsto molti studiosi in passato, decretando in modo prematuro la fine di ogni forma di spiritualità a favore del predominio del materialismo. Dopo una prima parte introduttiva il direttore di “Eurasia” ha posto all’attenzione degli uditori tre esempi pratici di geopolitica delle religioni: Ucraina, Palestina e Iraq. Nel primo caso, lo scontro in atto all’interno del paese europeo, può essere letto come uno scontro tra la componente uniate occidentale e quella ortodossa orientale. Nel caso della Palestina invece abbiamo uno scontro tra quello che potremmo definire una sorta di espansionismo ebraico e una resistenza palestinese volta a difendere i luoghi sacri dell’Islam, ma anche del Cristianesimo, dalla distruzione e dal progetto di “ebraizzazione” di tutta la Palestina. In Iraq poi vediamo in modo chiaro l’emergere di una forma pseudoreligiosa, il wahabismo, scuola nata in Arabia alcuni secoli fa che ora tramite il famigerato Stato Islamico sta occupando ampie zone del paese arabo. Tutti questi esempi ci fanno comprendere come la religione, nel bene o nel male, non sia tramontata, ma anzi rappresenti un fattore identitario molto forte da prendere in considerazione nelle analisi geopolitiche.
 
 
 

Dopo l’intervento di Claudio Mutti, è arrivato il turno del secondo relatore, Paolo Rada, esperto di Islam, che ha sottolineato la radice comune delle tre religioni monoteistiche, distinguendo però un fatto importante, ovvero che l’Islam e il Cristianesimo, pur avendo tratto la propria origine dall’Ebraismo, hanno rifiutato il settarismo e il particolarismo di questa religione, abbracciando invece una logica universalista. Inoltre all’interno dell’Islam, esistono delle divergenze tra le diverse scuole, soprattutto tra sciiti e sunniti, con i primi che per molti aspetti si approssimano al Cristianesimo. Addirittura secondo l’Islam sciita, il Mahdi, il Messia salvatore dell’umanità che si manifesterà alla fine dei tempi per sconfiggere il Male, è non solo un discendente di Muhammad, profeta dell’Islam, ma anche di San Pietro, avendo la madre del Mahdi una discendenza diretta bizantina.

Ha concluso la serie degli interventi Ali Reza Jalali, analista geopolitico, che ha fatto una relazione concernente la geopolitica delle religioni applicata alla situazione del Vicino Oriente oggi, con uno scontro settario senza precedenti tra sciiti e sunniti, soprattutto in Iraq e Siria, dove le principali potenze regionali, soprattutto Turchia e Iran, vogliono ricreare di fatto la grandezza degli imperi del passato, rispettivamente in nome dell’Islam sunnita (neo-ottomanesimo) e dell’Islam sciita (neo-safavidismo). Non a caso l’Iran difende i governi iracheno e siriano, influenzati in qualche modo dal fattore sciita, mentre la Turchia sostiene le opposizioni sunnite.

Dopo la fine delle tre relazioni, vi sono state delle domande del pubblico ai relatori, domande che hanno compreso vari argomenti concernenti il tema della conferenza.
 
 

sabato 25 ottobre 2014

"L’ombra lunga del conflitto Iran-Iraq"


 

A cura di Ali Reza Jalali

In un articolo apparso sul sito della prestigiosa rivista statunitense di politica internazionale “The National Interest” (1) firmato da Behnam Ben Taleblu, ricercatore della “Fondazione per la Difesa delle Democrazie” (2), si analizzano alcuni dei fattori legati alla guerra tra Iran e Iraq negli anni ’80. Ben Taleblu critica l’approccio occidentale volto a snobbare questa guerra e a non dare il giusto rilievo a quello che secondo lui sarebbe il principale fatto storico che ha influenzato l’ideologia e la prassi dei dirigenti della Repubblica Islamica dalla sua fondazione a oggi. In primo luogo la guerra tra i due paesi mediorientali avrebbe dato l’opportunità, nonostante il conflitto sia stato iniziato da Baghdad, ai tempi di Saddam, agli iraniani di internazionalizzare la propria rivoluzione: non è un caso che il fondatore dello Stato islamico iraniano, l’Ayatollah Khomieni, abbia da subito posto l’accento sull’importanza dell’esportazione della Rivoluzione islamica, tesi a grandi linee, almeno negli anni ’80, avvallata dalle varie anime della dirigenza di Tehran, anche dai cosiddetti moderati come Rafsanjani.
 
Tutti erano convinti infatti che – soprattutto dal 1982, ovvero da quando l’Iran decise di invadere in territorio iracheno dopo che per i primi due anni il conflitto era andato avanti in modo favorevole alle truppe irachene – il popolo iracheno si sarebbe ribellato a Saddam, promuovendo un cambio di regime che avrebbe potenziato il ruolo di Tehran come avanguardia rivoluzionaria nel mondo islamico. Quelli, in fondo, erano anche gli anni della fondazione di Hezbollah in Libano. Da un lato gli iraniani vedevano nella guerra contro Saddam un conflitto dell’Islam rivoluzionario contro un regime empio, d’altro canto vi era la netta convinzione, come disse più volte anche l’attuale Guida, allora presidente, Khamenei, che la guerra dell’Iraq contro l’Iran fosse iniziata grazie al “lascia passare” di Washington. Tale conflitto, passato in secondo piano per gli occidentali, più concentrati su fatti come il colpo di Stato contro Mosaddeq o la Rivoluzione islamica del 1979, ha talmente forgiato la mente dei politici iraniani che tutti, nessuno escluso, in qualche modo cercano di crearsi una legittimazione morale attraverso il fatto di aver in qualche modo partecipato al conflitto.
 
Ciò vale per molti illustri politici di Tehran, come ad esempio l’ex presidente Ahmadinejad, ma anche tanti altri. L’aver partecipato al conflitto rappresenta agli occhi degli iraniani un valore aggiunto che nessun altro evento della storia contemporanea iraniana ha; esso è in assoluto il fatto storico più importante, un momento che è divenuto mito, leggenda. Questa guerra, definita dagli iraniani come “sacra difesa”, ancora oggi è al centro della nostalgia rivoluzionaria, come se rappresentasse una sorta di età dell’oro della Repubblica Islamica. Nell’articolo apparso su “The National Interest” intitolato “L’ombra lunga del conflitto Iran-Iraq”, emerge con chiarezza tutto ciò, e si sottolinea come il fatto di considerare quel periodo come qualcosa di mitico non dipenda solo dallo sforzo bellico, ma anche dal fatto che quei primi anni della Repubblica Islamica coincidono col periodo in cui il fondatore dello Stato, l’Ayatollah Khomeini, fosse in vita e esercitasse la sua autorità politica, religiosa e carismatica.
 
Spesso gli intellettuali vicini alla dirigenza iraniana definiscono gli anni del conflitto come “la migliore epoca della Repubblica Islamica dell’Iran”, epoca contraddistinta dalla semplicità dei modi di fare e dallo zelo rivoluzionario, affievolito con la fine delle ostilità. Per l’Iran, la guerra Iran-Iraq fu piena di dure lezioni militari. Il conflitto ha evidenziato numerose carenze militari convenzionali dell’Iran e alcuni problemi di comando e controllo. Durante la guerra, gli attacchi iraniani contro le fortificazioni irachene riassumevano ciò che il valore e lo zelo potevano fare contro la superiorità tecnologica. Ma i successi tattici limitati dell’Iran, come la presa della zona di Faw, alla foce del fiume Shatt al-Arab, non riuscirono a cambiare le sorti del conflitto, anche perché successivamente iniziarono gli attacchi chimici di Saddam e le azioni statunitensi di belligeranza diretta contro gli iraniani, a scongiurare la vittoria di Khomeini. Nonostante tali battute d’arresto sul campo di battaglia, gli iraniani hanno interpretato il conflitto e lo sforzo bellico come una necessità volta alla persuasione dei nemici.
 
Questo modo di pensare è stato confermato anche da Hassan Rahimpour Azghadi, membro del Consiglio per la Rivoluzione Culturale: “Se non fosse stato per questi otto anni di guerra, dieci guerre ci sarebbero state imposte. E queste stesse guerre che hanno avviato in Libano, Siria e Iraq, sarebbero arrivate anche in Iran.” Ben Taleblu ritiene tali affermazioni esagerate in quanto dal punto di vista strategico gli iraniani non avrebbero beneficiato troppo dalla guerra; ma rimane il fatto che, e ciò è ammesso nell’articolo, una parte consistente delle capacità militari acquisite da Tehran oggi, sono dovute a quegli anni terribili. Gli anni della guerra hanno insegnato a Tehran di guardare con attenzione ai propri confini occidentali; per l’Iran è fondamentale ciò che accade oggi in Iraq e molte delle prese di posizione degli iraniani nel contesto attuale sono la conseguenza di quello che è successo negli anni’80.
 
L’Iran oggi sostiene sia il governo iracheno, di impronta antitetica rispetto all’esperienza di Saddam, sia quello siriano, memore del fatto che la Siria degli Assad fu al fianco di Tehran durante il conflitto con l’Iraq, uno dei pochi casi nel mondo arabo, tendenzialmente ostile allo Stato islamico di Khomeini. Ben Taleblu conclude il suo articolo sottolineando come nonostante tutto la guerra Iran-Iraq ha rappresentato un momento fondante per l’ideologia della Rivoluzione islamica e che quella guerra, per gli attuali dirigenti iraniani, spesso coinvolti direttamente nello sforzo bellico, ha rappresentato, grazie all’impegno e allo zelo, una prova divina per la perpetuazione della Rivoluzione islamica e non solo una semplice guerra tra nazioni.   

 

1-      Behnam Ben Taleblu, The Long Shadow of the Iran-Iraq War, in The National Interest “On line”, 23 ottobre 2014.

2-      Un centro di ricerca ritenuto vicino al Partito Repubblicano.   

giovedì 16 ottobre 2014

I fronti caldi dell'Eurasia: i conflitti e le tensioni in Europa orientale e nel Vicino Oriente. Conferenza a Brescia





Sabato 8 novembre 2014 alle ore 15:30 a Brescia nella sala comunale di Via P. Pasquali 5 si terrà una conferenza dal titolo: "I fronti caldi dell'Eurasia: i conflitti e le tensioni in Europa orientale e nel Vicino Oriente." L'incontro è organizzato dall'associazione "Nuove Idee" in collaborazione con la rivista di geopolitica "Eurasia", in occasione dei dieci anni di vita di questa testata.
 
Interverranno come relatori:
 
Claudio Mutti - Direttore della rivista "Eurasia"
 
Stefano Vernole - Vice-direttore della rivista "Eurasia"
 
Paolo Rada - Esperto di Islam
 
Ali Reza Jalali - Esperto del Vicino Oriente
 
L'ingresso è libero.

giovedì 9 ottobre 2014

Ali Reza Jalali a Radio 24: "Turchia principale alleato dell'ISIS"

 
 
 
Giovanni Minoli intervista gli analisti Ali Reza Jalali, Sergio Romano e Carlo Jean all'interno del programma radiofonico "MIX 24" di Radio 24. Siria, Turchia, ISIS e la situazione a Kobane sono gli argomenti affrontati.
 
I commentatori in modo univoco hanno sottolineato le ambiguità turche e le relazioni tra Ankara e l'ISIS.
 
Di seguito il link del programma andato in onda la mattina del 9 ottobre 2014 (dal min. 8):
 
 
 

martedì 7 ottobre 2014

Ali Reza Jalai all'IRIB: "ISIS è una creazione turca. Conquista di Kobane pretesto per intervento militare turco in Siria"

 
 
 
 
TEHERAN (IRIB) - Ali Reza Jalali, scrittore e analista delle questioni politiche internazionali parlando ai nostri microfoni ha detto:
       
"Probabilmente il tutto è dovuto a un progetto studiato a tavolino riconducibile al fatto che una volta che l'ISIS abbia conquistato questa città ci deve essere una vera e propria scusa per la Turchia per un intervento militare anche terrestre in Siria…"
 
Potete ascoltare l'intera intervista cliccando qui sotto: